A causa degli ultimi squilibri a livello internazionale e delle tensioni geopolitiche che ci stanno tenendo costantemente con il fiato sospeso, giorno dopo giorno ci stiamo rendendo conto che il nostro settore industriale è sempre più frequentemente soggetto a fluttuazioni e sollecitazioni senza precedenti, che portano le aziende italiane a ideare, studiare e valutare azioni rimediali di breve, medio e lungo periodo. Basti pensare allo shock energetico che stiamo vivendo in queste ultime settimane, che portano a rivalutare con rinnovato interesse la transizione energetica, guardando per esempio alle soluzioni fotovoltaiche ed eoliche, poggiandosi sui meccanismi di incentivazione nazionali e europei, o a ripensare ancora una volta a modelli operativi che rendano le supply chain sempre più flessibili riducendo la dipendenza da manifatture e forniture off shore.
L’Italia è sempre stata un forte Paese industriale con una connotazione di distretti manifatturieri di eccellenza per qualità e flessibilità di fornitura. Tale forza è rimasta ancora tale in alcuni segmenti come quelli del lusso o molto tecnici, dove è estremamente rilevante la filiera corta con il brand o la forte innovazione su materiali e sostenibilità o si è al contrario affievolita, come nel caso del settore dei calzaturifici non di lusso, dove i distretti non sono scomparsi, ma hanno perso massa critica produttiva. Si parla di una vera e propria perdita di identità industriale, cosa che non avviene nel caso si continui a mantenere pieno controllo della filiera. È proprio questa la ricetta che può permettere di riapprezzare e mantenere attenzione sulle filiere locali, avendo la dimostrazione che a oggi il valore aggiunto agricolo supera altri sistemi storici del made in Italy. Il sistema agribusiness Italiano a oggi garantisce origine, qualità, territorio, storia e certificazione, differenziandosi dalla competizione e diminuendo il rischio di delocalizzazione.
Dalla filiera alla logica dell’ecosistema
È vana ogni ipotesi protezionistica o di chiusura, perchè non è ciò che protegge realmente dalle oscillazioni e dagli shock di mercato cosi come, al contrario, lo è la creazione di distretti agricoli / industriali evoluti caratterizzati da una filiera integrata e trasparente, pieno controllo del prodotto, dal campo alla tavola, prossimità dei processi di trasformazione con le aree di coltivazione, tecnologia (AgriTech, dati, carbon farming, AI) a protezione della profittabilità e della qualità, studio e controllo dei canali di commercializzazione e distribuzione in Italia e all’estero. Pertanto è fondamentale oltre allo studio e all’evoluzione dell’agricoltura in Italia, mantenere sotto controllo le attività trasformative a valore aggiunto. La soluzione così è da ricercarsi nella creazione di ecosistemi di valore che studino in maniera collegiale la trasformazione evoluta e la filiera integrata, arricchendo il prodotto e rendendolo competitivo per qualità e innovazione. La creazione e condivisione degli asset e delle risorse locali possono sostituire quasi del tutto la necessità di risorse globali proposte dal mercato, che non sono oggi facilmente controllabili e non possono garantire livelli di servizio e standard qualitativi eccellenti che il mercato e il consumatore richiedono. Tornando al contesto dell’agribusiness è semplice pensare all’asset “terra” che se soggetto a depauperamento porta a una graduale perdita di valore e perdita di efficacia produttiva, mentre se inteso come asset del territorio gestito in ecosistema, può aprire a logiche rigenerative sfruttando anche nuove leve come quelle del carbon farming.
La relazione come vantaggio competitivo
Ma cosa ci vuole per rendere possibile tutto ciò e cosa permette la creazione di ecosistemi evolutivi, sostenibli e virtuosi? Le relazioni. Nel cibo italiano nulla è veramente individuale. Ogni prodotto, ogni filiera, ogni eccellenza nasce da un intreccio di relazioni tra persone, territori, imprese e istituzioni. Nell’agribusiness, più che in altri settori, il valore non si crea solo trasformando materie prime, ma costruendo e coltivando relazioni che, nel tempo, diventano veri e propri ecosistemi.
Il termine relazione affonda le sue radici nel latino relatio, da referre: riportare, mettere in connessione. Relazione significa quindi portare qualcosa in rapporto con qualcos’altro, creare un legame che genera senso. Non è un concetto statico, ma dinamico: una relazione vive di scambio, fiducia, adattamento.
Per decenni l’agribusiness è stato letto attraverso il modello della filiera: una sequenza ordinata di passaggi, dal campo alla tavola. Oggi questo modello mostra tutti i suoi limiti. Le sfide della sostenibilità ambientale, della volatilità climatica, della tracciabilità e della sicurezza alimentare richiedono un cambio di paradigma.
L’ecosistema è un sistema vivo, composto da attori interdipendenti che co-evolvono. Non esiste un centro unico, ma una rete. Le relazioni non sono solo transazioni economiche, ma scelte strategiche di lungo periodo. In un ecosistema, il successo di un attore rafforza il sistema nel suo insieme e ogni ecosistema diventa forte quando nasce da individui con valori compatibili che decidono di collaborare nel tempo. Un esempio illustre è rappresentato dai consorzi di tutela composti da aziende che competono sul mercato collaborando nella definizione della qualità, nella protezione della denominazione, nella promozione internazionale. La relazione diventa il meccanismo che trasforma la concorrenza in forza collettiva. Un altro esempio significativo è quello dei distretti agroalimentari. In molte aree del Paese, piccole e medie imprese, cooperative agricole, centri di ricerca e istituzioni locali lavorano insieme per innovare prodotti e processi. Qui la prossimità territoriale rafforza la fiducia e accelera lo scambio di conoscenza.
Arriviamo quindi a un concetto fondamentale, la fiducia, che rappresenta un’infrastruttura invisibile nella costituzione di un ecosistema. Senza fiducia non c’è condivisione dei dati, non c’è disponibilità al rischio, non c’è innovazione reale. Nel settore agroalimentare, dove i cicli produttivi sono lunghi e l’incertezza è strutturale, la fiducia è una risorsa strategica. Costruirla richiede coerenza, trasparenza e tempo. Ma una volta consolidata, riduce i costi di coordinamento, accelera le decisioni e rende il sistema più resiliente agli shock esterni. Come scriveva Cicerone, “Nessun vincolo è più forte di quello fondato sulla reciproca lealtà”. Nell’agribusiness italiano, dove tradizione e innovazione convivono, il futuro dipenderà sempre più dalla qualità delle relazioni che saremo capaci di coltivare. Il potere delle relazioni è il vero fertilizzante degli ecosistemi del cibo. In un Paese come l’Italia, la cui forza risiede nella varietà dei territori e nella ricchezza delle competenze, investire nelle relazioni significa investire nel futuro dell’agribusiness. Perché, come insegna la terra, nulla cresce da solo.
