Illustrazione editoriale: uomo, riviste Food & Business, oggetti vintage. Ricominciamo da 35.

Food 35: corsi e ricorsi, parlano i protagonisti

Rileggere le interviste del passato, metterle a confronto con quelle di oggi, ascoltare le stesse voci a distanza di tempo: l’anniversario di Food è l’occasione per capire cosa è davvero cambiato e cosa invece è rimasto immutato
Illustrazione editoriale: uomo, riviste Food & Business, oggetti vintage. Ricominciamo da 35.

Quando nel giugno 1991 usciva il primo numero di Food, l’industria alimentare italiana e la Gdo si guardavano ancora con una certa diffidenza. Il dialogo tra produzione e scaffale era intermittente, spesso conflittuale, raramente strategico. Food nacque anche per questo: per creare un terreno neutro dove i protagonisti del settore potessero parlarsi, riconoscersi, costruire una visione comune.

Dopo 35 anni, l’idea vincente di Paolo Dalcò ha attraversato indenne trasformazioni profonde: la nascita e l’esplosione del discount, la rivoluzione digitale, la pandemia, l’inflazione, l’AI. Per celebrare questo anniversario, Food ha scelto di riaprire gli archivi, mettere come sempre al centro le relazioni, reincontrare gli stessi protagonisti, ascoltare e confrontare le risposte di ieri con quelle di oggi. Il risultato è un volume celebrativo di prossima pubblicazione, che ripercorre la storia della rivista in parallelo con la storia del food & beverage italiano attraverso le voci di imprenditori, manager, opinion leader che in questi 35 anni hanno costruito, trasformato e a volte reinventato il settore. Senza spoilerare troppo, in queste pagine anticipiamo due di quelle voci. Giorgio Santambrogio, Ad di Gruppo Végé e Alberto Auricchio, direttore Commerciale dell’azienda di famiglia. Due traiettorie diverse, accomunate da un fil rouge, quello della coerenza, del valore e anche quello di Food, con cui entrambi hanno condiviso, ciascuno a modo suo, 35 anni di storia.

L’ascesa della Gdo e le sfide del consumatore

Giorgio Santambrogio, protagonista di Food 35. Ritratto in ufficio con libreria.

Quando Food lo intervistò per la prima volta, la Gdo muoveva i primi passi, i discount erano quasi inesistenti, la marca industriale dominava uno scaffale che i distributori gestivano quasi passivamente. Da allora Giorgio Santambrogio ha attraversato ogni fase di quel cambiamento e ha imparato a distinguere le trasformazioni vere dalle narrazioni. Come quella, ricorrente, sul consumatore: “Sono 35 anni che diciamo che il consumatore sta cambiando”, afferma Santambrogio. Lo dice con l’ironia di chi quella frase l’ha pronunciata e sentita pronunciare troppe volte per prenderla ancora sul serio nella forma in cui viene di solito presentata, ossia come scoperta, come urgenza, come svolta imminente. Eppure il cambiamento c’è stato, eccome. Ha solo preso strade diverse da quelle annunciate: già nella prima intervista a Food si parlava di carte fedeltà e di Crm, strumenti che Santambrogio fu tra i primissimi a introdurre, nel 1998, quando il termine era ancora quasi sconosciuto nel retail italiano. “Allora come oggi, conoscere il cliente non è un vantaggio competitivo: è la condizione per restare nel mercato”, dichiara. Ciò che è cambiato in profondità è il paesaggio competitivo. I colossi internazionali che avevano scommesso sull’Italia ne sono usciti quasi tutti sconfitti, non da altri colossi, ma da imprenditori radicati, capaci di leggere il territorio. Mentre la tecnologia, che sembrava dover cambiare tutto d’un tratto, si è rivelata uno strumento da maneggiare con cautela: utile quando libera il personale dalle mansioni ripetitive, dannosa quando illude di poter sostituire il rapporto umano. Il legame di Santambrogio con Food e con Paolo Dalcò ha radici affettive prima ancora che professionali. “Paolo ha sempre avuto una passione travolgente per il suo lavoro. Food è il ponte che mancava tra industria e distribuzione, il terreno neutro dove le due parti hanno imparato a dialogare”. Oggi, da Retail Ambassador di Food, Santambrogio contribuisce ad alimentare la riflessione, mettendo a disposizione l’esperienza di 35 anni di osservazione del settore, guardando sempre avanti con lungimiranza e la giusta dose di ironia. 

Giorgio Santambrogio, Interdis. Food 35: corsi e ricorsi. Marketing Interdis, frequent shopper card, industria alimentare.

Acquisizioni ed export, un modello di crescita vincente

Ritratto di Auricchio, protagonista di Food 35, seduto con libro. Libreria piena sullo sfondo. Corsi e ricorsi.

Nel 1991 Alberto Auricchio fece una scommessa con Paolo Dalcò: avrebbe pagato le 12 pagine di ultima di copertina di Food prenotate per un anno soltanto se la rivista avesse avuto successo. Era un atto di fiducia verso un progetto editoriale ancora sconosciuto, e al tempo stesso una lettura anticipata del mercato. La scommessa fu vincente per entrambi. E negli anni che seguirono, Auricchio continuò a scommettere individuando opportunità di crescita, in nuovi mercati e in nuove aziende poi entrate nel proprio perimetro. L’anno dopo la nascita di Food, nel 1992, l’azienda attraversò la crisi più acuta della sua storia moderna, rischiando di finire ai francesi di Fromageries Bel. Il padre di Alberto ebbe l’intuizione contraria: ricomprare le quote, riunire la proprietà, cambiare visione strategica. Da quel momento Auricchio smise di essere solo il re del provolone — con una quota di mercato che sfiorava il 62% — e cominciò a crescere per acquisizioni. Sono state 12 in 30 anni, con un fatturato passato da 98 miliardi di lire agli attuali 430 milioni di euro. “Quando il treno passa o lo prendi o lo prende qualcun altro”, afferma Alberto Auricchio. La traiettoria del settore caseario, in questo arco di tempo, è stata segnata da trasformazioni profonde. La Gdo ha sorpassato il normal trade; i discount sono esplosi erodendo spazio alla marca industriale; l’e-commerce ha aperto un canale diretto con il consumatore che nel 1991 era impensabile. Eppure l’identità originaria di Auricchio è rimasta invariata: la qualità certificata, i disciplinari Dop che non ammettono deroghe, la competizione che non può giocarsi sul prezzo, ma solo sull’eccellenza. L’innovazione, in questo perimetro, si è spostata sul confezionamento, sui formati, sulle occasioni d’uso. Il legame con Food e con Paolo Dalcò nasce come già accennato da una scommessa e nel tempo si è evoluto in una grande amicizia e in nuove occasioni relazionali e di business. “Fu Paolo ad avere l’intuizione di Italia del Gusto – ricorda Auricchio – il consorzio che per la prima volta ha messo intorno allo stesso tavolo aziende leader di settori diversi, non concorrenti, per creare sinergie che nessuno avrebbe potuto costruire da solo”.

Alberto Auricchio, azienda Auricchio. Formaggio Provolone Auricchio. Prodotti caseari italiani. Made in Italy. #Auricchio #Provolone
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