Alzando i prezzi del petrolio, questa guerra sta agendo sui listini di carburanti e fertilizzanti, con riflessi negativi per trasporti e agricoltura; trascinando all’insù il valore del gas, sta poi facendo lievitare i costi dei processi di trasformazione dell’industria alimentare. Ci si trova, dunque, davanti a un circolo vizioso, un loop che nel caso dell’Italia rischia di produrre conseguenze ancora più pesanti rispetto a quelle che possono toccare altri mercati: il nostro Paese, seconda potenza manufatturiera della zona euro, è infatti penalizzato da un deficit strutturale in tema di approvvigionamento energetico.
Da qui, le previsioni di un anno difficile: secondo il Cerved, l’export tricolore arretrerà complessivamente in termini reali del -0,8%, i consumi interni incrementeranno solo di due decimali, frenati in particolare da una risalita dell’inflazione, accreditata al +2,4%. Non una buona notizia per le imprese, che dovranno ripensare approvvigionamenti e politiche di sistema. Facendo fronte comune.
Capire la crisi
Per capire il punto conviene, però, fare un passo indietro e ripercorrere la reazione a catena innescata dalla crisi in Medio Oriente. Alzando i prezzi del petrolio, questa guerra (così come di norma tutte quelle che toccano aree a forte vocazione energetica) sta agendo sui listini di carburanti e fertilizzanti, con riflessi negativi per trasporti e agricoltura; trascinando all’insù il valore del gas, sta poi facendo lievitare i costi dei processi di trasformazione, compresi quelli dell’industria alimentare. E così pone le basi per una fase di stress sui conti delle aziende, chiamate a fronteggiare uscite molto più alte delle attese. E, dunque, apre alla concreta possibilità di un rialzo dei prezzi lungo la filiera e di un conseguente irrobustimento dell’inflazione. Destinato, peraltro, a gravare sul potere di acquisto di un consumatore già penalizzato da maggiori uscite legate a voci insopprimibili come luce e gas.
Le imprese devono affrontare un pericoloso combinato disposto: aumento dei costi, riduzioni delle forniture, pressioni sui ricavi e rallentamento della domanda. In buona sostanza, ci si trova davanti a un circolo vizioso, un loop che nel caso dell’Italia rischia di produrre conseguenze ancora più pesanti rispetto a quelle che possono toccare altri mercati: il nostro Paese, seconda potenza manufatturiera della zona euro, è infatti penalizzato da un deficit strutturale in tema di approvvigionamento energetico. Un gap particolarmente sensibile sul fronte del gas che lo rende parecchio vulnerabile alle crisi. Specie quelle che toccano il Medio Oriente.
Il risultato? Una stagione difficile. E non si tratta di sola teoria. La riprova viene dalle stime del Cerved, secondo le quali l’export tricolore arretrerà complessivamente in termini reali del -0,8%, i consumi interni incrementeranno solo di due decimali, frenati in particolare da una risalita dell’inflazione, accreditata al +2,4%, quasi un punto in più del livello previsto dal Mef. E questo scatto potrebbe, in una sorta di effetto domino, spingere al rialzo i tassi di interesse limitando quindi gli investimenti, già previsti meno brillanti per il venire meno della spinta del Pnrr. Non propriamente una prospettiva incentivante.
È dunque chiaro che la contingenza consegna un mandato prospettico: occorre superare quel vulnus energetico potenzialmente in grado di scatenare un corto circuito che può costare caro alle nostre imprese. Ma passare dal dire al fare non è cosa semplice. E questo perché il problema richiede di essere affrontato almeno attraverso una duplice linea di intervento.
Il fronte normativo
La prima porta al fronte normativo. Un fronte caldo che, al momento, non pare però potere incidere in misura significativa sui conti delle aziende. I vantaggi del cosiddetto Decreto Bollette, che secondo Confindustria dovrebbe portare risparmi compresi tra i 10 ai 30 euro Mwh sulla bolletta elettrica e tra i 10 e i 15 euro Mwh su quella del gas per i settori energivori, rischiano di essere vanificati dalle impennate dei costi generati dal conflitto. Senza contare che la misura di sterilizzazione a monte dell’Ets (tassa sulle emissioni di Co2) dal prezzo dell’energia prodotta con le centrali a gas, è allo stato congelata: la sua reale applicazione, comunque prevista per il 2027, infatti, risulta subordinata al consenso di Bruxelles. E qui la sensazione è che ci si potrebbe imbattere in uno stop. “Si tratta – afferma Davide Tabarelli, Presidente Nomisma Energia – di una misura molto impattante, che difficilmente sarà accolta sic et simpliciter dall’Unione europea. Qualche chance potrebbe esserci se altri Paesi dovessero accodarsi all’Italia, ma in questo caso sarebbe ragionevole attendersi che alla fine del percorso la normativa risulti meno cogente”.
E non va meglio se si sposta l’attenzione proprio a Bruxelles. L’Unione europea sta, infatti, valutando la possibilità di ricorrere a strumenti già utilizzati negli anni scorsi, come sussidi mirati, misure di aiuti di Stato per sostenere le imprese più esposte alla crisi e, se necessario, anche meccanismi di contenimento dei prezzi come tetti al costo del gas. Accanto a questi interventi più immediati, si guarda poi alla possibilità di ridurre il peso fiscale sulle bollette, intervenendo su tasse e imposte che incidono sul prezzo finale dell’energia. Ma si tratterebbe comunque di interventi pensati per arginare la contingenza.
Le azioni industriali
Il secondo livello di azione chiama, invece, in causa le aziende, comprese quelle alimentari. Che, in questo contesto, possono muoversi adottando un ruolino di marcia a due velocità. “Nella prospettiva del breve termine – afferma Tabarelli – la food industry deve ripensare le proprie strategie, sfruttando appieno gli incentivi legati alle misure previste dal piano Industria 4.0 e Industria 5.0. Può poi dimostrarsi utile adottare la formula dei Power Purchase Agreements (Ppa), contratti a lungo respiro per l’acquisto di energia rinnovabile tra un produttore e un consumatore finale o intermediario. In una logica di più ampio periodo, invece, occorre che le imprese supportino presso Confindustria e le Associazioni di categoria la richiesta di una politica energetica di sistema capace di riequilibrare il gap accumulato nei 30 anni passati. La postura italiana ha, infatti, privilegiato il fattore ambientale, a scapito degli altri due pilastri su cui si regge il sistema: quello della sicurezza sul fronte dell’approvvigionamento e quello della competitività”. Due aspetti che oggi mostrano più che mai il fianco. Il primo rivela proprio nell’attuale crisi Medio-orientale la propria fragilità. Il secondo rappresenta una ferita sempre aperta sul fronte dell’export. “Le nostre imprese – osserva Tabarelli – pagano prezzi in bolletta tripli rispetto alle concorrenti di Usa e Cina. Ed è evidente che questa sproporzione non è più sostenibile, soprattutto se si pensa alle Pmi”.
All’Italia, insomma, lo squilibrio tra queste tre componenti costa un prezzo troppo alto. E da qui, la conclusione: servono interventi radicali, che arrivino a rimodulare il mix di approvvigionamento. “Occorre continuare a investire sulle rinnovabili – dice Tabarelli –, nella consapevolezza però che queste da sole non possono rappresentare la soluzione del problema. Come pure, è opportuno ripensare al nucleare: l’UE lo considera un elemento chiave per garantire stabilità e indipendenza energetica entro il 2050”. Certo, inutile nasconderlo, sul tema pesa una diffusa ritrosia dell’opinione pubblica italiana. Sulla quale si deve lavorare. “Paradossalmente – osserva Tabarelli – gli incidenti di Černobyl’ e Fukushima hanno dimostrato, nella loro tragicità, che si tratta di una tecnologia sostanzialmente sicura”.
