Mozzarella di latte fresco. Specialità casearia del Lazio. Gocce di latte.

Lattiero-caseario, affrontare le sfide di un mercato che cambia 

Con 57 formaggi a marchio di tutela e una quota export quasi raddoppiata in dieci anni, l’Italia conferma la leadership casearia in Europa
Mozzarella di latte fresco. Specialità casearia del Lazio. Gocce di latte.

Il settore lattiero-caseario italiano continua a crescere, mostrando resilienza e una forte competitività sui mercati esteri, pur in un contesto di costi ancora elevati, margini sotto pressione e incertezza politica. 

Nel 2024 il comparto ha registrato un fatturato di 26,6 miliardi di euro di cui 5,4 miliardi derivati dall’export; quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, l’export ha superato nel 2024 le 650 mila tonnellate. Sono i dati registrati da Assolatte (Associazione Italiana Lattiero Casearia) e Assocaseari (Associazione commercio prodotti lattiero-caseari), le due grandi associazioni di categoria, entrambe arrivate nel 2025 al ragguardevole traguardo degli 80 anni di attività. Ottimi risultati, ottenuti da un settore che vanta ampiezza di gamma, forza commerciale e dinamismo delle aziende. E in nessun caso rinuncia alla qualità dei prodotti. 

Formaggi Dop, Igp e Stg categoria premiante

Importante traino sono i formaggi a marchio di tutela. Secondo l’ultima edizione del Rapporto Ismea-Qualivita, l’Italia ha il primato europeo di prodotti caseari certificati, con 57 formaggi tra Dop, Igp e Stg, alla cui produzione, concentrata per due terzi in Lombardia e in Emilia Romagna, è destinato il 50 per cento del latte del nostro Paese. Per il retail, i Dop in particolare sono la categoria più premiante, con aumenti non solo a valore (+5,8%) ma anche a volume (+2,7%), nel confronto tra il 2024 e il 2023 per il canale GDO. Lo ha evidenziato la ricerca NielsenIQ presentata lo scorso dicembre da Aecis (Associazione europea cultura innovazione sostenibilità, che riunisce i Consorzi di Tutela di Provolone Valpadana, Piave e Casciotta d’Urbino). 

Manodopera specializzata e storytelling 

Vero simbolo del made in Italy, i formaggi a marchio di qualità hanno saputo sfidare il difficile momento internazionale e, malgrado i dazi (Pecorino Romano Dop fra i più colpiti), il mercato americano offre ancora grandi potenzialità. È il primo mercato di esportazione per il Parmigiano Reggiano e per molti altri prodotti, come ha affermato Riccardo Desertidirettore generale del Consorzio del Parmigiano Reggiano, in occasione dell’evento celebrativo degli 80 anni di Assocaseari lo scorso novembre.

Negli Stati Uniti il Consorzio punta a crescere a volume mantenendo la redditività del Parmigiano. E dal momento che a tutte le Dop è riconosciuto il ruolo di portare il made in Italy nel mondo, in questo processo è indispensabile un adeguato storytelling, come ha sottolineato anche Antonio Auricchio, presidente di AFIDOP (Associazione Formaggi Italiani Dop e Igp) e del Consorzio di tutela del Gorgonzola (oltre che della Gennaro Auricchio). Uno dei problemi più pressanti in questo momento è la mancanza di manodopera specializzata, che sappia vendere e soprattutto raccontare il prodotto, in Italia e ancora di più all’estero.

Il futuro del settore 

A livello globale, qual è il possibile sviluppo del settore negli anni a venire? Ne ha parlato Piercristiano Brazzale, Presidente onorario della International Dairy Federation (IDF), durante l’evento di Assocaseari. Nel suo intervento, focalizzato sulle future sfide del comparto tra sostenibilità e nutrizione, ha sottolineato come, secondo le proiezioni, la popolazione mondiale dovrebbe arrivare a circa 9,7 miliardi di persone nel 2050. L’aumento della domanda di proteine animali è stimato in 88 milioni di tonnellate, con un incremento del 14% circa di latte e derivati, contro il 22% di carne e il 15% di uova (Fonti Fao e Fil-Idf). La produzione mondiale del latte nel 2024 è stata di oltre 953 milioni di tonnellate con un tasso di crescita del 2% per il latte di vacca e del 3,5% del latte di bufala. Leader dell’aumento globale è l’Asia (+4,1%) mentre in Europa si registra il +0,6% e il Sudamerica +1,5 per cento. 

Il trend di produzione è quindi in ascesa; in Europa ci sono ancora buoni margini, grazie soprattutto alle tecnologie più avanzate rispetto ad altri Paesi. Le nuove direttive legate alla sostenibilità rischiano però di far aumentare i costi di gestione. Secondo Brazzale, servono politiche comuni strategiche che affianchino e sostengano le aziende nel loro percorso verso la sostenibilità, oltre ad accordi internazionali che favoriscano il libero scambio. 

Parametri che cambiano 

Per la filiera europea, l’obiettivo è mantenere la capacità di produrre abbastanza latte per alimentare la prossima ondata di domanda di formaggi, yogurt e ingredienti proteici, spinta anche da stili di consumo più ‘protein-oriented’ che in passato. Una delle priorità riguarda l’attrattività del comparto per i giovani, dato che sembra non esserci adeguato ricambio generazionale nelle imprese, un problema che coinvolge anche il settore agricolo. Una politica comune UE, mirata a giovani e piccole imprese, unita alla semplificazione amministrativa e indirizzata in modo più chiaro e senza incertezze verso la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente e il benessere animale, deve costituire la base da cui partire per consolidare il settore.
Negli ultimi dieci anni il prezzo del latte europeo ha attraversato tre ‘gradini’
: un lungo periodo con una media intorno a 35 euro per 100 chilogrammi, una fase intermedia a circa 45 euro e, nell’ultimo anno e mezzo, valori stabilmente sopra 50 euro per 100 chilogrammi. Al tempo stesso, il latte europeo è diventato più ‘ricco’ cioè con un contenuto di materia grassa e proteine molto più elevato, grazie a una decina di anni di ricerche su genetica e alimentazione delle vacche. Lo ha spiegato Christophe Lafougère, managing director e dairy director di Gira Food (società di consulenza strategica e ricerca di mercato sul settore alimentare, basata in Francia), all’evento Assocaseari. Secondo le stime, il 70% dell’aumento del grasso sarebbe legato ai nuovi mangimi e il 30% al miglioramento della genetica. Il risultato è che, a parità di litri di latte, oggi si ottengono molte più tonnellate di burro e latte in polvere. Indubbiamente un vantaggio in termini assoluti; ma tuttavia un fattore da tenere d’occhio perché nel breve e medio termine rischia di modificare profondamente l’andamento dei prezzi e gli equilibri di import-export di queste produzioni. 

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