Sale gemma di mare in ciotola e cucchiaio di legno su tavolo rustico.

Sale marino, un nuovo studio ne rivaluta il ruolo: “Serve equilibrio, non demonizzazione”

Un White Paper dell’Università Campus Bio-Medico di Roma invita a superare l’approccio restrittivo: sia l’eccesso sia la carenza di sodio possono avere effetti negativi sulla salute
Sale gemma di mare in ciotola e cucchiaio di legno su tavolo rustico.

Per anni il messaggio è stato chiaro: ridurre il consumo di sale per proteggere la salute cardiovascolare. Oggi, però, nuove evidenze scientifiche invitano a rivedere questo approccio. Secondo un White Paper redatto da un pool di ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, su invito di Compagnia Italiana Sali e Atisale, il rapporto tra sodio e salute segue una cosiddetta “curva a U”: sia un apporto eccessivo sia uno insufficiente sono associati a un aumento del rischio.

Il Paradosso della “Curva a U”

Il documento propone dunque un cambio di paradigma: non un’assoluzione indiscriminata del sale, ma una sua riabilitazione basata su un consumo equilibrato e consapevole. L’obiettivo è offrire uno strumento aggiornato a decisori pubblici, operatori sanitari e comunicatori, superando la logica della demonizzazione.

Secondo gli studi citati, tra cui il PURE Study condotto su oltre novantamila individui, la mortalità cresce sia oltre determinate soglie di consumo sia quando l’assunzione scende sotto livelli minimi. Il sodio, infatti, svolge funzioni essenziali nell’organismo, dalla trasmissione degli impulsi nervosi alla regolazione dei fluidi corporei.

I tre Danni Silenziosi della Carenza

Il tema della carenza, spesso trascurato, emerge con particolare forza. In ambito clinico, diete iposodiche troppo rigide possono contribuire a condizioni come l’iponatriemia, con effetti rilevanti soprattutto nella popolazione anziana, tra cui stati confusionali e aumento del rischio di cadute. Anche nei pazienti con scompenso cardiaco, evidenze recenti suggeriscono che una restrizione eccessiva possa risultare controproducente, aumentando lo stress sull’organismo. Inoltre, livelli troppo bassi di sodio possono influire sulla sensibilità insulinica, con possibili ripercussioni sul metabolismo.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la differenza tra sale come composto chimico e sale come alimento. Il sale marino integrale, infatti, contiene anche oligoelementi come magnesio, potassio e calcio, che contribuiscono al profilo organolettico e possono favorire un utilizzo più moderato in cucina.

Resta centrale, infine, il ruolo del sale iodato come strumento di sanità pubblica, fondamentale per prevenire carenze di iodio e sostenere la funzionalità tiroidea e lo sviluppo neurologico.

“A fronte dei risultati di questo studio, che evidenziano una relazione a forma di U tra assunzione di sodio ed esiti di salute, è necessario un rinnovato approccio non solo alle strategie di sanità pubblica, ma anche alla comunicazione nutrizionale – ha dichiarato Marta Bertolaso, Research Unit of Philosophy of Science and Human Development dell’Università Campus Bio-Medico di Roma –. La demonizzazione storica del sale può e deve essere riformulata, enfatizzando l’equilibrio anziché la condanna”.

Sulla stessa linea Andrea Pedrazzini, Direttore Marketing e Comunicazione Italia di Cis e Atisale: “Per decenni il sale è stato oggetto di una percezione distorta, mai realmente basata su studi scientifici strutturati. Da qui la decisione di promuovere un White Paper che riporti al centro il tema di una corretta ed equilibrata assunzione”.

Il messaggio che emerge è chiaro: se l’eccesso resta un errore, anche la paura indiscriminata può esserlo. La sfida, oggi, è promuovere un consumo moderato, personalizzato e inserito in un quadro alimentare complessivo, capace di tenere conto degli stili di vita e delle esigenze individuali.

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