La prima mappatura completa condotta dell’Agritech del Mezzogiorno condotta da PwC e Startupitalia restituisce l’immagine di una medaglia a due facce. La prima consegna il ritratto di un ecosistema solido: i numeri dicono che il quartetto composto da Puglia, Calabria, Sicilia e Campania ospita circa il 44% delle imprese agricole italiane e sviluppa, con agroalimentare e agroindustria, 17,3 miliardi di euro di valore aggiunto.
La seconda alza il velo sul punto debole del comparto: l’innovazione. Tra il 2019 e il 2024 solo il 6,2% delle aziende agricole del Sud Italia ha introdotto progressi tecniche o gestionali. Il punto però che proprio l’innovazione, specie quella tecnologia, rappresenta oggi la risposta sistemica alle pressioni del settore. E dunque costituisce un passaggio quasi obbligato.
Fattori positivi
Vero è però che due ragioni inducono all’ottimismo. La prima è di natura legislativa: la crescente pressione normativa (si pensi al Decreto Masaf, ai Regolamento anti-deforestazione, alla Direttiva Nis2, agli aggiornamenti Haccp) rende la digitalizzazione un obbligo di compliance, che si traduce anche in un driver di innovazione.
La seconda ha, invece, a che fare con le evidenze consegnate dalla stessa ricerca, che sottolinea come proprio nel Sud Italia esista un humus imprenditoriale sano, che racchiude in sé le caratteristiche necessarie per supportare l’evoluzione del settore a più ampio raggio. Le 82 startup e Pmi innovative mappate dalla survey mostrano, infatti, una base imprenditoriale giovane e dinamica: quasi la metà delle realtà è stata fondata negli ultimi cinque anni. Ma non solo. Il 77% integra più di una tecnologia abilitante, lavorando su traiettorie diversificate che spaziano dal cluster Smart & Precision Agriculture (36% delle realtà) ad ambiti legati a circular economy, biodiversità e adattamento climatico.
I dati rilevati a livello quantitativo, insomma, rappresentano un buon viatico per guardare al futuro. E questo tanto più se si inseriscono nella cornice tratteggiata dalla parte qualitativa dell’indagine, condotta attraverso 14 interviste a founder, Ceo e figure apicali di startup e Pmi innovative, selezionate per garantire una rappresentazione equilibrata rispetto alle fasi della filiera agroalimentare, ai cluster applicativi di innovazione e alla distribuzione territoriale del Mezzogiorno. Interviste che accendono un faro su altri due fattori capaci di far ben sperare. Da un lato, sottolineano, infatti, il ruolo crescente delle amministrazioni regionali, impegnate a rafforzare il sostegno al comparto con strumenti di finanziamento dedicati, che si affiancano agli incentivi nazionali e all’apporto di operatori di venture capital italiani ed esteri. Dall’altro, rilevano come le condizioni specifiche del territorio (stress idrico, pressione climatica e possibilità di lavorare con filiere mediterranee) si configurino come motori primari delle traiettorie tecnologiche, rendendo il Mezzogiorno un laboratorio anticipatore di soluzioni con potenziale di scalabilità europea. Non solo teoria, se è vero che hub come Bari e Cagliari vengono citati come riferimenti emergenti, con una capacità crescente di attrarre founder che rientrano nel Mezzogiorno dopo percorsi formativi o professionali all’estero. E va detto che non si tratta di un fatto poco conto. “Le startup dell’Agritech – commenta Giampaolo Colletti, Direttore StartupItalia – stanno dimostrando che l’innovazione può nascere e crescere anche lontano dai tradizionali hub tecnologici”.
Gli interventi necessari
La sensazione è quindi che l’ecosistema Agritech del Mezzogiorno viva una fase di transizione. Che deve però essere supportata. “Per consolidare questa traiettoria – afferma Vincenzio Tanania, Partner digital innovation PwC Italia –, sono necessari interventi mirati che supportino lo scale-up delle realtà più mature, facilitino l’accesso al capitale privato, rafforzino il capitale umano qualificato e riducano il divario digitale del comparto agricolo”.