Ritratto professionale di Mariaelena Gasparroni, esperta di MDD e brand, in giacca nera su sfondo neutro.

Mdd e brand, nuovi equilibri

Come evolve la marca del distributore e ridefinisce il rapporto industria Gdo, tra operazioni di consolidamento e nuovi assetti di filiera. Il ruolo del corporate banking a supporto del comparto
Ritratto professionale di Mariaelena Gasparroni, esperta di MDD e brand, in giacca nera su sfondo neutro.

La marca del distributore non è più soltanto una leva di convenienza: cresce quasi il doppio dell’industria di marca e si sposta sempre più verso il premium, la personalizzazione, la valorizzazione del territorio. Un cambiamento che ridisegna non solo il rapporto fra industria e Gdo, sempre meno riducibile alla storica dialettica fra forza del brand e potere negoziale dell’insegna, ma porta a nuovi sguardi del sistema bancario per supportare il settore alimentare. Ne abbiamo parlato con Maria Elena Gasparroni, Head of corporate banking BNL BNP Paribas.

Il consumatore spende di più e compra meno. Questo scarto si sta scaricando di più sui margini di industria o distribuzione, o si trasferisce comunque al consumatore?

Lo scarto fotografa una fase in cui l’inflazione si è attenuata ma il potere d’acquisto non è pienamente recuperato: il consumatore resta selettivo, cambia insegna con facilità, alterna convenienza e spesa premium. La pressione si distribuisce lungo tutta la catena del valore, con un impatto sensibile sui margini dell’industria: i costi restano elevati e la Gdo difende con forza il posizionamento di prezzo a scaffale, rendendo il trasferimento a valle meno automatico che in fase inflattiva acuta. Più che di semplice pass-through, oggi parlerei di una nuova disciplina dei margini: le imprese più solide lavorano su mix di canale, razionalizzazione dell’assortimento ed efficienza industriale. Si tratta di una trasformazione che come banca, attiva a livello nazionale e internazionale, osserviamo con attenzione e proattività, anche grazie ai nostri specialisti della food industry che sono al fianco dell’imprenditore per le sue esigenze, accompagnando discontinuità e lavorando su opportunità.

C’è un’accelerazione nei processi di concentrazione per la distribuzione?

Sì, e non solo in Italia: scala, efficienza e presidio del mercato tornano ad avere un peso rilevante, per l’industria come per la distribuzione. Nella Gdo la concentrazione risponde a un tema di efficienza poiché più scala significa più capacità di investimento e potere negoziale, ma anche di identità commerciale, con la Mdd diventata leva strategica di posizionamento e non più solo strumento di margine. A spingere le aggregazioni contribuisce anche un passaggio generazionale che negli ultimi mesi sta portando i gruppi più dinamici a guardarsi intorno per costruire massa critica di fronte all’avanzata dei discount. Per l’industria, interlocutori più strutturati significano maggiore pressione negoziale, ma anche la possibilità di costruire partnership di medio periodo. Dal punto di vista della banca, questo rafforza l’esigenza di leggere il food come ecosistema: non solo singola impresa, ma filiera, relazioni di fornitura, concentrazione dei clienti, dipendenza da alcuni canali, capacità di presidiare il cambiamento competitivo.

Oggi la Mdd sfiora il 32% di quota nell’omnichannel e cresce quasi il doppio dell’industria di marca. Cosa evidenziano questi numeri, e chi sta investendo di più, l’Idm o i copacker della Mdd?

Evidenziano che la Mdd non è più una componente tattica dell’offerta, ma un pilastro strutturale del mercato. Cresce perché ha migliorato qualità percepita, segmentazione, ampiezza di gamma: in molte categorie il consumatore non la vive più come un ripiego, ma come scelta consapevole. Questo cambia il lavoro dell’industria di marca, che deve essere più chiara nella promessa di valore, e fa crescere il peso dei produttori con doppia identità, capaci di combinare brand proprio e capacità di copacking. Investono entrambi, ma con logiche diverse: i produttori di marca per difendere e rilanciare il valore del brand, selezionando l’innovazione; i copacker per aumentare capacità, efficienza e affidabilità industriale. Per una banca corporate significa non leggere la Mdd come fenomeno congiunturale, ma come uno dei driver strutturali su cui costruire l’analisi industriale e finanziaria del comparto.

Che peso ha oggi il comparto food nel portafoglio corporate della banca?

Il food ha per noi un rilievo strategico, non solo per la sua dimensione economica, ma per la qualità del tessuto imprenditoriale e la capacità di esportazione. Si tratta di un settore che richiede un affiancamento strategico costante, che la banca garantisce sul territorio grazie a banker specializzati. Punterei, inoltre, l’attenzione su un aspetto: le imprese chiedono credito e sempre più un supporto nella gestione del capitale circolante, nelle operazioni cross-border, nel trade finance, nei percorsi di crescita per linee esterne. Un esempio concreto è stato il recente accordo con il Consorzio del Parmigiano Reggiano, stipulato a supporto dell’intera filiera per garantire l’accesso al credito per il finanziamento del capitale circolante delle imprese, anche di piccola e media dimensione. Stiamo anche valutando attentamente il nuovo quadro normativo e la possibilità di intervenire con operazioni di cartolarizzazione degli stock in modo da ampliare la nostra offerta di soluzioni e, a cui affianchiamo un nuovo prodotto di stock financing, veicolato per finanziare a cascata le società consorziate, replicabile su altri comparti con forte necessità di stoccaggio come il vino. Un tipo di operazione che conferma la capacità della banca di sostenere e valorizzare il made in Italy con azioni concrete, rafforzando il legame tra territorio, finanza ed eccellenza produttiva italiana.

Il 91% delle aziende italiane risulta impegnato nella riduzione delle emissioni, ma il 53% ha già subito perdite finanziarie legate al cambiamento climatico, secondo lo studio BNP Paribas sulle Pmi. Nel food dove si vedono per primi questi impatti?

A monte, su materie prime e filiera agricola, ma gli effetti si propagano rapidamente lungo tutta la catena. La sostenibilità non è più solo un capitolo reputazionale, è un tema industriale e finanziario: investire in efficienza energetica e resilienza della supply chain significa proteggere margini e continuità operativa. Anche sulla Gdo il sostegno si traduce in strumenti mirati: penso all’accordo di filiera per il leasing strumentale siglato con Conad PAC2000A, dedicato al rinnovo dei punti vendita in ottica efficientamento energetico. È in questa logica che il nostro Green Desk affianca le imprese nei percorsi di transizione, con competenze specialistiche sui temi ESG. Su queste tematiche ci confronteremo in occasione della prossima edizione di Food Social Impact, l’evento di Gruppo Food dedicato alla sostenibilità.

Leggi l’articolo completo sull’ultimo numero di Food ↓

© Riproduzione riservata