Non è il momento di arretrare. Il messaggio che deve essere consegnato alla food industry italiana è chiaro: gli Usa sono e restano un mercato da preservare. Ma non solo. Qui esistono le condizioni per continuare a crescere. Vero è che la relazione commerciale con l’altra sponda dell’Atlantico ha cambiato pelle: la linearità del mercato si è interrotta. E non pare che all’orizzonte si intraveda un cambio di rotta, almeno a breve termine. Le criticità, inutile negarlo, ci sono e pesano.
“Nel 2025 – spiega Denis Pantini, Responsabile Agrifood & Wine Monitor Nomisma – l’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti ha subìto una battuta d’arresto di quasi il 5% rispetto all’anno precedente, la prima dal 2010, interrompendo così una serie continua di crescite che neppure il Covid era riuscito a fermare. Uno stop su cui hanno soprattutto pesato i dazi. Ma non solo. I fattori che hanno inciso su questa riduzione sono molteplici e in larga parte riconducibili ad aspetti macroeconomici: tra questi, il tasso di cambio che ha visto una progressiva svalutazione del dollaro, portandolo al minimo di 1,18 nei confronti dell’euro. E va detto che gli effetti di questo combinato disposto avrebbero potuto essere anche peggiori se i produttori italiani non avessero deciso (spesso di concerto con i propri importatori) di rinunciare a una parte di marginalità, piuttosto che ribaltare completamente sui prezzi l’aggravio di imposta, andando a pesare sulle tasche dei consumatori. Si è così tentato di scongiurare il rischio di un ‘effetto sostituzione’ sia con i prodotti americani sia con quelli di altri Paesi. Un rischio che riguarda però più che altro quelle referenze non strettamente collegate a brand riconosciuti o a denominazioni di origine (si pensi al Parmigiano Reggiano o al Brunello di Montalcino), per le quali non esiste possibilità di sostituzione con referenze similari, se non imitative, provenienti da altre geografie. O ancora, un rischio che al massimo, tocca prodotti italiani con prezzi medi più bassi, per i quali il consumatore o il ristoratore americano potrebbe optare, adottando una strategia di trading down”. La filiera è corsa ai ripari. “Una scelta che appare assolutamente condivisibile – osserva Pantini – se si considera il ruolo imprescindibile che gli Stati Uniti detengono come mercato di sbocco per il nostro agroalimentare: tra il 2010 e il 2024, il valore delle nostre esportazioni di prodotti agrifood negli Usa è, infatti, passato da 2,24 a 7,82 miliardi di euro, vale a dire +250%, quando nello stesso periodo di tempo l’export agroalimentare italiano a livello mondiale è cresciuto del +144%”.
Inizio in salita per il 2026
L’intervento “tampone” messo in campo da produttori e importatori potrebbe, però, non essere stato sufficiente. Perché il quadro del mercato americano nel 2026 si è andato parecchio complicando.
“I dati sulle importazioni di prodotti agroalimentari negli Usa per i primi cinque mesi di quest’anno – nota Pantini – restituiscono uno scenario fatto di molte ombre e poche luci. A livello complessivo, la variazione misurata in dollari, e quindi al netto degli effetti dei tassi di cambio, rispetto allo stesso periodo del 2025 risulta negativa per -8,5 per cento. Tuttavia, se rapportiamo il dato allo stesso periodo del 2024, il calo è quasi impercettibile: -0,3 per cento. E questo perché la prima parte del 2025, in particolare fino ad aprile, è stata caratterizzata da un’accelerazione delle importazioni per limitare il più possibile gli effetti dei dazi universali annunciati da Trump durante il ‘Liberation Day’ del 2 aprile. Di conseguenza, il calcolo della variazione intervenuta nel 2026 sconta questo incremento straordinario del 2025, amplificando la portata della riduzione”.
Siamo davanti a un ribalzo tecnico che non ha mancato di impattare anche il made in Italy. E non poco. “Nel caso delle importazioni di prodotti italiani – rileva Pantini –, la variazione si riduce in misura inferiore rispetto al complessivo dato del mercato statunitense: se, infatti, nei primi cinque mesi del 2026 le nostre esportazioni sono calate del -16% rispetto al 2025, il confronto con lo stesso periodo del 2024 evidenzia un pesante -10%”. Significa 6 punti di scarto contro un risultato sostanzialmente flat. Un gap importante, che assume ancora più rilevo se si va oltre il conteggio in dollari. “Dal momento che il tasso di cambio influisce sulla marginalità delle aziende – precisa Pantini –, la stessa variazione calcolata in euro passa dal -22% al -17%, certificando, dunque, in modo ancora più netto la riduzione di valore delle nostre esportazioni”.
Prima di trarre conclusioni affrettate, però, occorre prudenza. “Potremmo essere comunque davanti – avvisa Matteo Zoppas, Presidente ICE –, all’effetto delle dinamiche di stock-in e stock-out, con conseguenti ripercussioni sulla bilancia tra sell-in e sell-out”.
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