Flavio Ferretti di IBC, Associazione Industrie Beni di Consumo, parla di largo consumo.

Largo consumo: inizio 2026 positivo, ma pesa l’instabilità

Nonostante il settore confermi di essere resiliente, la direzione è incerta. A dirlo sono le analisi di NilesenIQ e Prometeia, presentate durante l’Assemblea pubblica di IBC
Flavio Ferretti di IBC, Associazione Industrie Beni di Consumo, parla di largo consumo.

“L’impatto della fiammata inflazionistica sul Largo consumo confezionato che tutti ci stiamo aspettando non è ancora visibile nei dati registrati finora. Basti dire che marzo 2026 si è chiuso con un aumento a volume del +1% rispetto allo stesso mese del 2025. A emergere con chiarezza, invece, è il cambiamento radicale e veloce delle abitudini di consumo degli italiani”. Va diritta al punto l’analisi di Enzo Frasio, Amministratore Delegato NielsenIQ Italia, intervenuto durante l’annuale appuntamento dell’assemblea pubblica di IBC, l’Associazione Industrie Beni di Consumo cui fanno capo oltre 34.000 imprese che generano un fatturato al consumo stimato di circa 500 miliardi di euro e occupano 1,1 milioni di lavoratori, di cui 516 mila nel comparto grocery.

La prima overview sul 2026 presentata da NielsenIQ segnala, insomma, stabilità e resilienza. E consegna una conferma positiva e non scontata delle performance già registrate nel 2025, chiuso a valore a +2,1% e a volume a +1%. Performance che hanno portato il solo comparto Food & Beverage a muovere 88,7 miliardi di euro.

Fiducia e tensioni economiche

Al contempo, però, lo stesso monitoraggio suggerisce anche di adottare un atteggiamento cauto e attendista: la direzione rimane incerta – rileva ancora NielsenIQ –. E questo per più motivi. 

Innanzitutto, va considerato il peggioramento del clima di fiducia dei consumatori, sceso dal 97,5 di inizio 2026 al 92,5 di marzo. Chiaro segnale di una crescita dell’incertezza davanti alla quale lo shopper reagisce frammentando la spesa: sempre secondo NielsenIQ, infatti, nell’ultimo anno la frequenza di acquisto è aumentata del 9%, penalizzando la fedeltà alle insegne (-5,7%) e ai brand (-4,2%). 

C’è poi da valutare l’attuale complicatissimo contesto geo-politico, che impatta in modo diretto e pesante sulle catene di valore a più livelli. “A gravare sulle imprese – afferma il presidente di IBC, Flavio Ferrettiè soprattutto l’impennata dei costi esogeni, che colpisce trasversalmente energia e materie prime. I rincari investono comparti strategici: dai fertilizzanti per l’agroalimentare e il chimico, fino alla filiera dei metalli, penalizzata dal costo dell’alluminio. L’instabilità minaccia, inoltre, le catene di fornitura dell’elettronica e della farmaceutica, con ripercussioni a cascata su numerose filiere produttive. E anche in caso di una rapida risoluzione del conflitto mediororientale, il medio-lungo periodo rimane critico: il danneggiamento delle infrastrutture energetiche del Golfo penalizzerebbe la normalizzazione del mercato. Le quotazioni di Brent e gas naturale sono, inoltre, previste su livelli elevati almeno fino alla fine del secondo trimestre 2026, con un rientro graduale solo nella seconda metà dell’anno”

Da qui, dunque, le difficoltà previste per i fondamentali dell’economia del Paese. I numeri prospettati dalla società di consulenza Prometeia parlano chiaro: il Pil italiano dovrebbe attestarsi quest’anno al +0,4%, un livello inferiore rispetto alle stime pre-conflitto (+0,7%). Ancora, è previsto un aumento dell’inflazione al consumo (+2,9%), al quale si potrebbero accompagnare una frenata dei consumi (dal +1,1% del 2025 al +0,5% del 2026), un rallentamento degli investimenti e una contrazione delle esportazioni. E a peggiorare il quadro, c’è il fatto che le prospettive restano deboli anche per il 2027, con un’inflazione prevista a +1,6% e il Pil a +0,5%.

Demografia e ricambio generazionale

Ma non è tutto. A suggerire prudenza ci sono almeno altri due fattori strutturali, che potrebbero diventare, a vario titolo, pietre di inciampo sulla strada della crescita. 

Il primo rimanda alla trasformazione socio-demografica che tocca il nostro Paese: l’istantanea al 2050 scattata da NielsenIQ prevede un calo di 4,3 milioni di individui nella popolazione complessiva, un aumento degli over 65enni e una crescita delle famiglie unipersonali, proiettate a rappresentare il 41,1% degli italiani. Significa un cambio di paradigma che porterà a ridisegnare strutturalmente la composizione della spesa, imponendo alle aziende di ripensare formati e priorità per rispondere efficacemente ai bisogni del consumatore.

Il secondo ha, invece, a che fare con il ricambio generazionale dei vertici di una porzione importante delle società italiane, comprese quelle del Largo consumo: Prometeia rileva, infatti, che ben 8 aziende su 10 sono controllate da una persona o una famiglia. E di queste il 26% è guidato da un imprenditore che ha superato i 70 anni. Significa ben 7 punti percentuali in più rispetto al 2013. Per contro, solo il 17% vede al comando un capo che non va oltre i 50 anni. Un gruppo ristretto, insomma, che peraltro sconta una continua flessione: rispetto al 2013 ha lasciato sul terreno 14 punti percentuali. 

Sostegni alle imprese

È chiaro, dunque, che in questo contesto è urgente intervenire per supportare il sistema industriale e distributivo. Un punto rimarcato da Ferretti, che ha evidenziato l’importanza di azioni governative per la semplificazione normativa, ha invocato un supporto per una transizione ecologica e digitale che non pregiudichi la competitività, e invocato l’alleggerimento del carico fiscale per le imprese. 

Ma va detto che anche il sistema industriale sta lavorando al proprio interno. Prova ne sia l’ampia attività di formazione e informazione che IBC ha sviluppato in relazione agli strumenti abilitanti la digitalizzazione dei processi e la logistica integrata, diffusi da GS1 Italy. Come pure, prova ne sia il servizio di finanza agevolata promosso dall’Associazione in collaborazione con Cerved.

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