Dalla Food Valley all’Europa, costruendo un impero sulla convinzione che qualità e integrazione verticale siano l’unico vero vantaggio competitivo. Vincenzo Cremonini ci riceve nella sede di Inalca a Castelvetro di Modena e ripercorre le tappe salienti del Gruppo fondato da Luigi Cremonini nel 1963 e cresciuto fino a superare 6 miliardi di euro di fatturato. Food ha accompagnato questa trasformazione, dall’inchiesta del 1998 sulle 12 società del gruppo fino alle strategie recenti raccontate in occasione dell’intervista dedicata al 35° anniversario della rivista. Il progetto strategico che ha plasmato il Gruppo ruota attorno a tre pilastri: produzione, distribuzione alimentare e ristorazione.
Nel decennio tra anni Novanta e Duemila, attività ancora marginali diventano leve centrali: Inalca consolida la leadership nella lavorazione delle carni, Marr passa da poche filiali a una rete capillare su scala nazionale, la ristorazione evolve da Burghy (ceduta a McDonald’s) fino a Roadhouse nel casual dining. In parallelo si dismettono le attività non strategiche, acque minerali, olio, spezie, per concentrare risorse e competenze sui tre ambiti chiave. Un processo di focalizzazione coerente, sostenuto da investimenti annui di 150 milioni di euro. Il tratto che distingue Cremonini dai principali competitor europei è la capacità di presidiare retail e Horeca con pari peso strategico. “La quasi totalità dei grandi operatori nasce con una logica orientata al retail – spiega Vincenzo Cremonini , Ad Gruppo Cremonini –, noi invece progettiamo prodotti e processi pensando contemporaneamente ai due canali”.

La copertina di Food luglio-agosto 1998 con l’inchiesta dedicata al Gruppo Cremonini
Un modello che ha sostenuto la crescita in oltre 70 Paesi, con l’investimento in Polonia, il macello più moderno d’Europa, costruito da zero dopo quasi due anni di analisi, e le iniziative di filiera bovina in Sicilia e Sardegna. “Senza filiera non ci sono standard, e senza standard non è possibile competere sui mercati globali”. Il ricordo di Paolo Dalcò risale a una delle prime edizioni dell’evento organizzato da Nielsen, oggi NIQ, in Sardegna: “Intervenne indicando con decisione cosa la nostra azienda avrebbe dovuto fare. Gli risposi ironicamente: ‘Perché non si mette lei a fare un’industria della carne?’”. Uno scambio vivace, ma nel segno della simpatia, che ha dato il tono a un rapporto durato decenni. “Food – conclude Cremonini – non è mai stato solo uno strumento tecnico: ha saputo leggere e interpretare l’industria nel suo insieme, creando un collante tra produzione, distribuzione e mercato. Questo è il merito più grande di Paolo Dalcò”.