Sarà perché per statuto la proprietà è comune e democraticamente controllata, sarà perché il protagonismo imprenditoriale qui lascia spazio a una governance affidata a un’Assemblea collegiale, fatto sta che nella filiera agroalimentare il sistema cooperativo si muove in un complessivo cono d’ombra comunicativo. Come dire che questo settore sembra fare poche chiacchiere. Per contro, parla e agisce con i fatti.
Lo comprovano le evidenze emerse dall’Osservatorio Cooperazione Agricola Italiana, realizzato da Nomisma per conto di Confcooperative FedagriPesca, Legacoop Agroalimentare e AGCI Agroalimentare, che scattano una fotografia puntale e approfondita delle oltre 3.500 realtà associate, ovvero di uno spaccato significativo e rappresentativo di un settore che secondo Movimprese (il report di Unioncamere basato sui dati ufficiali del Registro delle Imprese), conta complessivamente oltre 8.900 aziende, pari al 15% delle cooperative attive in Italia.
L’Osservatorio (i cui risultati sono costruiti su dati relativi al 2023, presentati alle organizzazioni cooperative a gennaio 2025 e condivisi in queste pagine per la prima volta) fornisce immediatamente la misura del peso e del ruolo recitato da questo comparto: la porzione di mercato cooperativo aderente a Fedagri, Legacoop Agroalimentare e AGCI Agroalimentare occupa oltre 86.000 addetti e muove un fatturato annuo pari a 41,2 miliardi di euro, che rappresenta ben il 22% del totale giro d’affari dell’industria alimentare italiana e che si traduce in una media di 11,7 milioni di euro per impresa.
A soffiare nelle vele dal comparto è un contributo traversale assicurato principalmente dal settore ortoflorofrutticolo (che incide sul giro d’affari complessivo per il 26% grazie a un esercito di 854 imprese), dal lattiero-caseario (23%; 531 imprese), dallo zootecnico da carne (22%; 215 imprese) e dal vitivinicolo (14%; 373 imprese). Ma all’appello non mancano neppure i servizi, che esprimono solo l’11% del fatturato, ma che con 937 realtà all’attivo rappresentano la voce più significativa in termini di numerica.
Il peso dei territori
Va subito detto, però, che questi indicatori nazionali assumono coloriture parecchio diverse scendendo nell’analisi a livello macro-regionale. Se da un lato, infatti, l’Osservatorio registra una presenza omogenea di imprese cooperative nel Paese, dall’altro evidenzia anche significative asimmetrie in relazione sia alla quota di fatturato sia alla percentuale di addetti espresse dalle diverse aree.
I numeri parlano chiaro: le cooperative del Nord, che incidono per il 46% in termini di numerosità, occupano il 67% della forza lavoro dell’intero sistema cooperativo associato, contano una media di 36 addetti per cooperativa contro un valore nazionale di 24 unità, ma soprattutto generano l’82% del fatturato, beneficiando di una media per impresa pari a 20,7 milioni di euro, di molto superiore agli 11,7 milioni di euro registrati complessivamente a livello italiano.
La sola Emilia-Romagna, del resto, prima nella classifica per regione, vanta un giro d’affari di 16 miliardi di euro. Significa ben il 39% del valore complessivo. A seguire, Veneto, Lombardia e Trentino Alto-Adige, che contribuiscono rispettivamente con 7,0, 4,8 e 3,5 miliardi di euro, incidendo complessivamente per il 38 per cento.
Il resto del Paese, dove pure opera il 54% delle imprese cooperative associate, deve spartirsi il rimanente 18% del valore. Qui, inutile negarlo, la cooperazione fatica di più: nel Centro il fatturato medio per impresa si ferma a 6,1 milioni di euro, nel Sud non supera i 3,3 milioni. Gli addetti medi per singola realtà non vanno rispettivamente oltre quota 21 e 13 unità. In controtendenza sono solo due valori: il numero di soci aderenti superiore alla media nazionale (rispettivamente 207 e 199 contro i 182 del dato italiano), e il numero di adesioni, ovvero di rapporti che le cooperative agroalimentari intrattengono con le imprese agricole, con altre imprese cooperative e con soci lavoratori. In questo caso, infatti, a brillare è il Meridione, con poco meno della metà del totale (46%), seguito dal Nord (39%) e dal Centro (15%).
L’analisi territoriale restituisce quindi la fotografia di un Paese a due velocità. Un’evidenza destinata, con buona probabilità, a contraddistinguere il comparto anche in futuro. E questo perché la concentrazione al Nord del fenomeno cooperativo affonda le sue origini nella storia stessa del modello, nato all’inizio del Novecento sulla scorta della sua capacità di dare risposte a due precise necessità, particolarmente sentite proprio nelle regioni settentrionali del Paese. “Da un lato – ricorda Di Tullio –, il bisogno di aggregazione, funzionale a garantire la commercializzazione dell’offerta a un mondo agricolo troppo frammentato per proporsi con efficacia al mercato. Dall’altro, l’esigenza di un’equa ripartizione degli utili lungo la filiera. Il modello cooperativo, infatti, consente di trasferire il valore aggiunto generato nella fase della trasformazione e della vendita finale anche al mondo primario, garantendone di fatto la sussistenza economica. Sussistenza che non risulta altrettanto assicurata nel rapporto con le imprese di capitali”.
Un punto nodale, e non solo per la sua stretta valenza economica. “Va ricordato – afferma Di Tullio – che le piccole realtà impegnate in agricoltura e allevamento garantiscono un prezioso presidio del territorio, svolgendo così un compito di utilità collettiva e sociale. Ne è un plastico esempio il ruolo nella tutela della montagna in regioni come il Trentino Alto-Adige”.
Grazie a queste caratteristiche, dunque, la formula è stata capace di integrarsi nel tessuto produttivo di molte regioni del Nord, sfruttando la disponibilità di agricoltori e allevatori a fare massa critica. Una disponibilità che, invece, non è stata altrettanto forte nel Centro e Sud del Paese dove, anche per specificità culturali, ha prevalso una maggiore vocazione all’individualismo. Che però potrebbe ora lasciare il posto a un cambio di passo, spinto dall’indirizzo strategico adottato da Bruxelles in tema di politiche agricole. “Il modello promosso dall’Unione europea – osserva Di Tullio – guarda alle organizzazioni di produttori e le organizzazioni di produttori molto spesso sono cooperative”. Un buon viatico, dunque, per lo sviluppo, sull’intero territorio nazionale, della formula.
La variabile dimensionale
Ma c’è di più. Oltre al fattore geografico, un’altra variabile merita di essere presa in considerazione nell’analisi dei dati nazionali. E questo perché ne modifica profondamente la lettura. Parliamo del livello dimensionale delle imprese. Un indicatore che cambia, e non poco, in funzione dell’area di attività: l’Osservatorio rileva, infatti, che il fatturato medio nell’ortoflorofrutticolo tocca i 12,4 milioni di euro, nel vitivinicolo passa a 12,4, nel lattiero-caseario arriva a 18,2. Ma soprattutto della zootecnia da carne si raggiunge il non risibile traguardo dei 43,1 milioni di euro.
E non solo. Sullo sfondo di questa segmentazione, c’è anche da considerare la fortissima polarizzazione del tessuto produttivo. A un numero limitato di grandi gruppi e imprese di maggiori dimensioni è, infatti, riconducibile la quota largamente preponderante del fatturato sviluppato dalle imprese associate. E anche in questo caso, i numeri lasciano pochi dubbi: l’Osservatorio certifica come le 152 realtà che esprimono un fatturato superiore ai 50 milioni di euro (4% del totale) detengano il 71% del fatturato cooperativo. Per contro, l’84% delle imprese che generano un giro d’affari non superiore ai 10 milioni di euro, contribuisce con appena l’11% alla creazione di valore. E ancora, lo stesso Osservatorio sottolinea anche come la prime 25 cooperative per valore sviluppino il 46% del totale del giro d’affari della cooperazione agroalimentare associata, generando un fatturato medio pari a 760 milioni di euro.
La concentrazione è, dunque, una caratteristica evidente e dirimente del settore. Un tratto distintivo, che risulta peraltro trasversale all’intero comparto. “Le imprese di grandi dimensioni – spiega Di Tullio – sono attive sia nella trasformazione della materia prima sia nella commercializzazione di prodotti finiti sui mercati italiani ed esteri, grazie a un portafoglio di prodotti di ampia gamma e a marchi leader sul mercato. Senza dimenticare le cooperative che vendono beni e servizi per il ciclo produttivo agricolo”.
Accanto a esse operano, poi, realtà di caratura inferiore, con peculiarità diverse in relazione alla specializzazione produttiva. “Possono essere impegnate – precisa Di Tullio – nelle fasi a monte, come raccolta della materia prima, prima trasformazione e conferimento di materia prima, semilavorati o prodotti finiti alle imprese più grandi, oppure attive lungo tutta la filiera, ma coinvolte prevalentemente nel rifornire il mercato locale. Di piccole dimensioni sono, inoltre, le cooperative che offrono servizi al territorio su base locale agli imprenditori agricoli e/o ad altre cooperative o come quelle forestali”.
Maggiore polarizzazione
Si tratta, insomma, di un universo frammentato e articolato cui si contrappone, in una logica dicotomica, un manipolo ristretto di grandi player. Una logica che, stando alle rilevazioni di più ampia scala condotte da Movimprese, pare rappresentare una bussola strategica sempre più solida. Prova ne è la contrazione del numero delle realtà della cooperazione agroalimentare, calate del -5% nel 2025 rispetto al 2024, ad un tasso comunque inferiore alla complessiva flessione accusata dalle cooperative di tutti i settori, che nello stesso periodo hanno registrato un -7 per cento. Un fenomeno da attenzionare, dunque, che ha impattato in modo marcato le attività del Nord e al Centro, dove più significativo è stato il processo di ristrutturazione del tessuto cooperativo, che ha favorito l’integrazione e la crescita dimensionale piuttosto che la nascita di nuove imprese.
I dati, insomma, confermano che il settore ha intrapreso convintamente la strada della polarizzazione, certificando la tendenza all’aggregazione. “Si tratta – dice Di Tullio – di una ristrutturazione auspicabile, perché la cooperazione non fa eccezione rispetto al sottodimensionamento di cui soffre l’intera filiera agroalimentare italiana. Una ristrutturazione necessaria, ancora, perché permette di costruire realtà in grado di esprimere quella massa critica utile a essere competitivi nell’attuale mercato, facendo leva anche sulla costruzione di un’offerta sempre più ampia”. Come dire, insomma, che il consolidamento consegna maggiori chance di crescita. “Le analisi di bilancio per dimensioni d’impresa – nota Di Tullio – suggeriscono che sono le realtà di medie e grandi dimensioni a fare registrare le performance migliori”.
La buona notizia è che il sistema cooperativo mostra di avere le carte in regola per affrontare questo processo. “Possiede – dice Di Tullio – elementi positivi in grado di sostenerlo. A partire dalla disponibilità di intervento al proprio interno in caso di criticità: non è raro, infatti, che, in una prospettiva su mutua assistenza, cooperative in difficoltà vengano rilevate da altre cooperative”.
La mission mutualistica
Per il mondo cooperativo, insomma, potrebbero essere maturi i tempi per un (ulteriore) salto di qualità. Che il sistema pare peraltro pronto ad affrontare. “Anche i timori che la mission mutualistica si opacizzi con l’aumentare delle dimensioni delle imprese – conclude Di Tullio – sono sconfessati dai fatti: le nostre analisi confermano come la crescita delle aziende non la allontani dalla propria base agricola, che resta sempre il fornitore privilegiato e prevalente di materie prime”. Un punto fermo per il comparto, che costruisce senza dubbio un fattore di complessità, ma al tempo stesso un elemento di forza.
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