La sostenibilità si conferma una leva sempre più strategica per il sistema agroalimentare italiano. Secondo l’analisi 2025-2026 dell’Osservatorio Food Sustainability, del Politecnico di Milano, oggi la distribuzione genera quasi 632 milioni di euro di valore sociale grazie al recupero delle eccedenze alimentari, pari a circa 135 mila tonnellate di prodotti recuperati ogni anno. “La sostenibilità nel settore agroalimentare sta vivendo una fase di maturazione – osserva Federico Caniato, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability –. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza del ruolo che le imprese possono svolgere nel generare valore non solo economico, ma anche ambientale e sociale. Tuttavia, il percorso di transizione resta complesso e richiede una capacità sempre maggiore di collaborazione tra gli attori della filiera, di condivisione delle informazioni e di integrazione della sostenibilità nei processi decisionali”.
Sette imprese su dieci valorizzano le eccedenze
La ricerca dell’Osservatorio, condotta su un campione di 867 imprese con più di nove dipendenti, evidenzia come il 71% delle aziende della distribuzione adotti almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze alimentari, attraverso donazioni, riuso o riciclo. Il percorso di transizione appare già avviato, soprattutto nelle realtà più strutturate. La quasi totalità delle grandi insegne della GDO che pubblicano un bilancio di sostenibilità ha infatti introdotto almeno una pratica di prevenzione delle eccedenze alimentari. Tra le iniziative più diffuse figurano le promozioni dedicate ai prodotti prossimi alla scadenza, adottate dal 41% delle aziende della distribuzione, e gli investimenti in sistemi avanzati di previsione della domanda e ottimizzazione delle scorte.
Permane tuttavia un significativo divario tra grandi imprese e PMI, soprattutto in termini di risorse, competenze e capacità organizzative. “I risultati della ricerca mostrano un comparto che sta accelerando su diversi fronti della sostenibilità, ma con livelli di maturità ancora molto differenziati – spiega Chiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability –. Le grandi imprese stanno investendo in strumenti di tracciabilità, tutela della biodiversità e competenze ESG, mentre per molte PMI permangono ostacoli legati ai costi, alla disponibilità di risorse e alla complessità degli adempimenti”. Secondo Corbo, la crescente attenzione delle normative europee alla trasparenza e alla rendicontazione rende sempre più centrale la capacità di raccogliere e gestire dati affidabili, un elemento destinato a incidere direttamente sulla competitività futura della filiera.
La sfida europea
L’urgenza di accelerare deriva anche dal nuovo quadro normativo europeo. La Direttiva UE 2025/1892 sui rifiuti introduce infatti per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione dello spreco alimentare: entro il 2030 sarà necessario ridurre del 10% i rifiuti generati nelle attività di produzione e trasformazione e del 30% pro capite quelli provenienti dal commercio al dettaglio, dalla ristorazione, dal catering e dai consumi domestici. Per la distribuzione italiana la sfida è particolarmente impegnativa. Considerando che nel periodo 2021-2023 sono state generate mediamente oltre 565 mila tonnellate di rifiuti alimentari all’anno, la riduzione richiesta corrisponde a circa 170 mila tonnellate annue.
La misurazione delle eccedenze assume, quindi, un ruolo strategico. Oggi il 43% delle imprese della distribuzione monitora i propri sprechi alimentari attraverso sistemi di scansione dei codici a barre e analisi dei dati gestionali. La quota sale al 76% tra le grandi aziende, mentre si ferma al 39% tra le realtà di minori dimensioni.
Donazioni ed economia circolare restano centrali
La donazione per fini sociali continua a rappresentare la forma prioritaria di valorizzazione delle eccedenze secondo la gerarchia europea. Oggi viene praticata dal 44,5% delle imprese della distribuzione, ma con differenze significative in funzione della dimensione aziendale: l’83% delle grandi imprese dona con continuità, contro il 46% delle medie aziende e il 42% delle piccole.
Si diffondono, inoltre, altre forme di economia circolare. Il 43% delle imprese adotta almeno una pratica alternativa alla donazione, il 24% ricorre ad altre forme di riuso e circa il 13% utilizza processi di riciclo e recupero. Le aziende che donano risultano inoltre più attive su tutti i fronti della circolarità: il 54% adotta ulteriori forme di riuso, contro il 40% delle imprese non donatrici, mentre le pratiche di riciclo e recupero interessano rispettivamente il 18% e l’11% delle aziende. Nel complesso, la distribuzione italiana dona ogni anno circa 459 milioni di euro di prodotti alimentari, pari a quasi 98 mila tonnellate. Considerando anche le altre forme di recupero per il consumo umano, il valore sociale generato raggiunge quasi 632 milioni di euro, equivalenti a circa 135 mila tonnellate di prodotti recuperati annualmente.
Innovazione e startup per accelerare la transizione
Secondo Paola Garrone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio, Politecnico di Milano “emerge un sistema in evoluzione, in cui la crescente sensibilità delle imprese si confronta con le sfide di compliance e sostenibilità che riguardano un intero settore”. Per raggiungere gli obiettivi europei al 2030, aggiunge Garrone, sarà necessario “un ulteriore salto di scala”, fondato sul rafforzamento delle collaborazioni tra stakeholder, su politiche di sostegno alle buone pratiche e su un forte impulso all’innovazione.
Proprio l’innovazione tecnologica rappresenta una delle principali leve di sviluppo. A livello internazionale, circa il 21% delle startup impegnate nella riduzione dei rifiuti alimentari opera, almeno in parte, nel settore della distribuzione. Un ecosistema in rapida crescita che vede emergere anche diverse realtà italiane, confermando come la transizione verso modelli di consumo e distribuzione più sostenibili passi sempre di più attraverso innovazione, dati e collaborazione.