Il blocco dei trasporti nel Mezzogiorno sta causando gravi problemi all’industria alimentare, al commercio, all’agricoltura e alla ristorazione. Le proteste degli autotrasportatori, legate all’aumento dei costi del carburante, stanno infatti provocando interruzioni degli approvvigionamenti, rallentamenti produttivi e carenze di prodotti nei punti vendita. Un’emergenza che ha spinto Confindustria, le associazioni della distribuzione, le cooperative e le organizzazioni agricole a chiedere al Governo un intervento immediato per rimuovere i presidi e ripristinare la legalità.
La crisi interessa soprattutto Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, con conseguenze che rischiano di estendersi al resto del Paese. Secondo le organizzazioni imprenditoriali, il protrarsi dei blocchi potrebbe rendere insostenibili i danni economici, compromettere i contratti di fornitura e favorire la sostituzione dei prodotti italiani con merci provenienti dall’estero o da altre aree nazionali.
Le associazioni degli autotrasportatori, dopo l’incontro del 20 ottobre a Milano con il ministro Salvini, hanno chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi un intervento immediato per rimuovere i presidi che da giorni bloccano il Mezzogiorno. Pasquale Russo, Presidente di Conftrasporto-Confcommercio, avverte che anche dopo la fine delle proteste sarà necessario del tempo per tornare alla normalità. Gli impegni assunti dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono considerati un passo nella giusta direzione, ma le associazioni chiedono soluzioni concrete e durature.
Confindustria: “La vertenza richiede risposte immediate”
Confindustria e le associazioni territoriali del Mezzogiorno denunciano il rischio di paralisi delle attività produttive per mancanza di materie prime e chiedono una soluzione rapida. Sono mobilitate le rappresentanze di Napoli, Caserta, Avellino, Benevento e Salerno, insieme a Confindustria Bari e Bat, mentre anche le organizzazioni calabresi e Confindustria Lecce lanciano l’allarme.
“La vertenza degli autotrasportatori richiede risposte immediate”, sottolineano le associazioni territoriali, avvertendo che i danni già rilevanti per imprese e consumatori potrebbero diventare insostenibili se il blocco proseguisse. Gli industriali auspicano che il Governo riesca a estendere la sospensione della protesta all’intero territorio meridionale e sollecitano, nelle situazioni di emergenza, l’intervento delle forze dell’ordine. Viene inoltre denunciato il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, accusata di speculare sulla protesta.
Anche Centromarca, l’associazione dell’industria di marca, richiama al rispetto delle regole, invitando a vigilare sulla legalità lungo l’intera catena di approvvigionamento.
Federdistribuzione: supermercati a rischio chiusura
Il blocco della circolazione delle merci sta aggravando le criticità nella distribuzione commerciale. Federdistribuzione segnala carenze sempre più diffuse sugli scaffali di supermercati e punti vendita del Sud e avverte che, se la situazione dovesse protrarsi, numerosi esercizi potrebbero essere costretti a sospendere l’attività, con ripercussioni anche sull’occupazione. “L’auspicio è che prevalga il senso di responsabilità da parte di tutti i soggetti e che l’intervento delle istituzioni crei le condizioni per il ripristino della legalità”, ha sottolineato il Presidente Carlo Alberto Buttarelli.
Agricoltura: prodotti deperibili a rischio e prezzi in aumento
Il settore agricolo è tra i più colpiti. Il blocco impedisce la consegna di frutta, ortaggi, latte e altri prodotti freschi, mentre alcune attività di trasformazione, comprese quelle legate alla mozzarella di bufala, hanno subito interruzioni. Le aziende sostengono i costi della produzione e della manodopera senza riuscire a consegnare le merci e incassare i ricavi; anche gli allevamenti risentono dei ritardi nelle forniture di mangimi.
Le rilevazioni Ismea relative alla terza settimana di ottobre indicano che, rispetto alla settimana precedente, le quotazioni all’origine degli ortaggi sono rimaste sostanzialmente stabili, con flessioni del 22% per i finocchi e del 27% per il radicchio. Un andamento che contrasta con i rincari segnalati al consumo, alimentando il timore di fenomeni speculativi in una fase di forte incertezza.
Il risultato è una doppia penalizzazione per gli agricoltori, già gravati dai costi di gasolio e fertilizzanti: da un lato le spese sostenute, dall’altro il rischio di perdere raccolti e fatturato. I consumatori, a loro volta, devono fare i conti con una minore disponibilità di prodotti e prezzi più elevati.
Al termine del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Coldiretti, il Presidente Ettore Prandini ha chiesto di fermare i blocchi: “Gli agricoltori non se lo possono permettere”. Dopo aver parlato con il ministro dell’Interno, Prandini ha ribadito che “agricoltori e cittadini pagheranno le conseguenze di questa situazione”.
Secondo i produttori, inoltre, la grande distribuzione potrebbe ricorrere a maggiori importazioni per garantire gli approvvigionamenti. Il rischio è che la sostituzione dei prodotti italiani con merci estere prosegua anche dopo il ripristino della circolazione, penalizzando soprattutto le aziende più piccole e meno attrezzate per affrontare la perdita dei contratti. Una preoccupazione particolarmente rilevante in un contesto internazionale già condizionato dalle guerre e dalle difficoltà nei traffici marittimi, nel quale il cibo assume un valore strategico crescente. Da qui il richiamo a rafforzare la sovranità alimentare.
Ristorazione e turismo: centinaia di punti vendita in difficoltà
Le conseguenze del blocco raggiungono anche la ristorazione e il turismo. Aigrim-Fipe, l’associazione delle imprese di grande ristorazione e dei servizi multilocalizzati, segnala che il protrarsi del fermo nel Mezzogiorno sta creando difficoltà lungo l’intera dorsale logistica nazionale.
Le prime rilevazioni dell’associazione individuano le situazioni più critiche in Sicilia, Calabria e Campania, con centinaia di punti vendita coinvolti. La riduzione degli approvvigionamenti rischia di compromettere la continuità operativa delle attività, in particolare quelle che dipendono da consegne frequenti e regolari.
La Doria: sette stabilimenti fermi e 600-700 lavoratori in ferie
Tra le aziende direttamente colpite figura La Doria, gruppo specializzato nella produzione di alimenti italiani a marchio del distributore, tra cui derivati del pomodoro, sughi pronti, legumi, pasta e succhi di frutta. L’azienda registra un fatturato di 1.375 milioni di euro e dispone di 15 siti produttivi in Italia.
Il Presidente e Amministratore delegato Antonio Ferraioli riferisce in un’intervista a La Repubblica che sette stabilimenti meridionali sono completamente bloccati: cinque in provincia di Salerno, uno in provincia di Caserta e uno in provincia di Potenza. Due impianti producono pasta, mentre gli altri sono dedicati principalmente ai derivati del pomodoro, ai sughi pronti, ai legumi e ai succhi di frutta. Dopo aver ridotto le produzioni per il blocco degli approvvigionamenti, l’azienda è stata costretta a fermare completamente le attività nei sette siti. Per gestire l’emergenza, ha collocato temporaneamente in ferie circa 600-700 dipendenti, pari a metà della forza lavoro complessiva.
Ferraioli avverte che, se la protesta continuerà, i prodotti realizzati nel Sud potrebbero scomparire dagli scaffali di tutta Italia, sostituiti da beni importati o provenienti da altre regioni. “Recuperare le quote di mercato perse non sarà scontato”, sottolinea, evidenziando come il blocco stia producendo effetti economici difficilmente reversibili. Il fatturato perso, aggiunge, difficilmente potrà essere recuperato, soprattutto se la sostituzione dei prodotti diventerà strutturale. L’Ad osserva che La Doria ha concluso la trasformazione del pomodoro una settimana prima dell’emergenza, evitando così di interrompere quella fase produttiva, ma ora si trova con i magazzini pieni e senza la possibilità di spedire la merce.
ARTICOLO IN AGGIORNAMENTO