Parmigiano Reggiano, un anno da record

Nicola Bertinelli ha rilasciato ai microfoni di Food un commento sulle performance 2021 del Consorzio. Le dichiarazioni e la videointervista
Parmigiano Reggiano, un anno da record

Ottime performance per il Parmigiano Reggiano che, nonostante il periodo incerto, nell’ultimo anno ha raggiunto i massimi storici di 2,7 miliardi di euro di giro d’affari al consumo e di 1,7 miliardi di euro di valore generato alla produzione, con il tetto record di 4,09 milioni di forme.

Già il 2020 è stato un anno straordinario in cui è esploso il consumo domestico di Parmigiano Reggiano: circa +8% le vendite a volume in Italia e quasi un +10% all’estero – ha commentato a Food Nicola Bertinelli, Presidente del Consorzio –. Temevamo che nel 2021 questa performance non venisse confermata. Invece, il totale sell out 2021 vs 2020 ha tenuto, registrando un +0,4%. Il Parmigiano Reggiano esce da questo biennio in modo solido e rafforzato”.

IL FENOMENO DELLE VENDITE DIRETTE

Il mercato domestico ha subìto un calo fisiologico post pandemico (-1,3%) che si è concentrato nella Gdo, canale che per la Dop rappresenta oltre il 50% dei volumi. D’altro canto hanno guadagnato quota le vendite dirette arrivate al 25% grazie alla rivalutazione da parte dei consumatori italiani del legame tra Parmigiano Reggiano, produttori e territorio.Le vendite dirette non sono solo reddito per i produttori ma sono, in chiave di marketing, uno strumento molto importante per la fidelizzazione al prodotto”.

Fanalino di coda resta la ristorazione con solo il 4% di quota vendite. Una situazione preesistente all’emergenza sanitaria e “un paradosso, se si considera il fuoricasa un teatro dove si può celebrare l’eccellenza”. D’altro canto qui si concentra un forte potenziale, con diversi progetti di sviluppo in vista. Desta invece interesse per il Consorzio l’utilizzo da parte dell’industria alimentare del Parmigiano Reggiano come ingrediente per valorizzare i propri prodotti. Qui si genera il 14% delle vendite.

ESTERO, IL GRANDE CANALE DA PERSEGUIRE

L’export, che incide il 45% sulle vendite totali ha registrato un +3% (2021 vs 20). “L’estero è la vera grande sfida. Gli Stati Uniti sono al primo posto con una quota export pari al 21%, ma colpisce la crescita del 10,4% vs 2020, considerando che fatto 100 il mercato dei ‘parmesan’ statunitensi, il vero Parmigiano Reggiano rappresenta meno del 5% delle vendite”. Seguono la Francia con una quota del 19%, la Germania del 17%, ma la preoccupazione va al Regno Unito che, causa Brexit, ha perso un 15,6% rispetto al 2020. “Ne parleremo sicuramente negli anni a venire e non sarà una battaglia semplice”, ha commentato Bertinelli.

LE PROSPETTIVE FUTURE

Per il futuro “abbiamo un freno e un acceleratore – ha spiegato Bertinelli –. Per 2024 il Consorzio punta ad ampliare la domanda aprendo nuovi spazi nel mercato. Lo scopo è far sì che la crescita sia adeguata alla produzione di valore non solo per chi di Parmigiano Reggiano vive, ma anche per il territorio, e per il Paese, mettendo sempre al centro il consumatore”. A questo occorre il freno all’offerta, con un blocco della produzione al tetto raggiunto nel 2021 almeno per l’anno in corso e per il 2023. “In questo modo abbiamo un’offerta capace di creare e trasmettere valore per cui il consumatore è disposto a pagare un premium price, tale comunque da essere un prezzo ‘giusto’ in grado di remunerare tutti gli attori della filiera e di avere ricadute positive sul territorio”.

Nel lungo periodo l’obiettivo è fare del Parmigiano Reggiano un prodotto distinguibile e con una distintività precisa. “Nella faretra della distintività ci sono ancora diverse frecce da scoccare – ha commentato Guglielmo Garagnani, Vice Presidente del Consorzio. Una che si inizierà a scaricare bene a terra proprio quest’anno e ancora di più l’anno prossimo è il Progetto 40 mesi che sta generando una domanda superiore all’offerta. Più o meno per Natale prossimo avremo circa 40.000 forme da mettere sul mercato con l’obiettivo di arrivare alle 100.000 forme”.

Sul futuro, non manca, infine, un accenno preoccupato all’aumento dei costi delle materie prime: pur trattandosi una filiera meno energivora rispetto ad altre, resta la necessità di fare sistema e prevedere una ripartizione degli aumenti a carico di tutti i player. Tutto in un’ottica di sostenibilità dell’intera filiera agroalimentare di cui possa beneficiare il Paese.

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