Unilever, il futuro di Knorr è nei Paesi emergenti

Unilever, il futuro di Knorr è nei Paesi emergenti

Agricoltura nel mirino: arrivata a 175 anni di attività, Knorr, il marchio acquisito da Unilever nel 2000 che oggi fattura 4 miliardi di euro in 87 Paesi, gioca la carta della sostenibilità, assicurando ai consumatori che il 100% degli ingredienti (ortaggi, erbe, carne e spezie) arriveranno da coltivazioni o allevamenti sostenibili. Un progetto che s’inserisce perfettamente nell’Unilever Sustainable Living Plan lanciato dal ceo Paul Polman nel novembre 2011, quando il numero uno della multinazionale enunciò il suo rivoluzionario modello di business: raddoppiare il giro d’affari da qui al 2020 (allora di 40 miliardi di euro, oggi supera già i 50) riducendo l’impronta ambientale e migliorando l’impatto sociale per 1 miliardo di persone.
“Ogni giorno, 2 miliardi di persone comprano un prodotto Knorr – ha esordito Polman durante la serata celebrativa svoltasi lo scorso ottobre a Heilbronn (Germania) alla presenza di moltissime testate internazionali, tra cui Food in rappresentanza dell’Italia –; la preferenza che ci viene accordata ci affida anche un grande responsabilità, in merito alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità degli ingredienti, all’attenzione agli sprechi”.
Al momento, il gruppo sta collaborando con i suoi fornitori in tutto il mondo per rendere sostenibili i primi 13 ingredienti (che per utilizzo rappresentano l’80% del totale) entro il 2015. E per facilitare i consumatori nell’individuare i prodotti green, Unilever ha ideato un nuovo logo, il Knorr Sustainability Partnership, che verrà introdotto gradualmente sui prodotti contenenti almeno un ingrediente da agricoltura sostenibile, partendo da 11 ricette in vendita in tutt’Europa, prima tra tutte la zuppa Pomodoro e mascarpone, lanciata in Francia nel 2012, e incluso un best seller come gli ‘Spaghetti Bolognese’ (una preparazione per ragù) che in Germania vende più di 30 milioni di buste l’anno. Entrambi contengono pomodoro da agricoltura sostenibile, ovvero prodotto rispettando il Sustainable Agricolture Code, un protocollo ideato da Unilever che va a colmare la carenza di standard sostenibili per l’agricoltura. “Proprio per riempire questo vuoto, il nostro Sustainable Agricolture Code è online – spiega Polman – a disposizione di chiunque voglia utilizzarlo per le proprie coltivazioni”. Non solo. Il programma Knorr Sustainability Partnership Fund stanzia fino a 10 milioni entro il 2020 (in scaglioni di 1 milione di euro l’anno) per sostenere i fornitori che vogliano intraprendere progetti di sostenibilità e premia le best practice con il riconoscimento ‘Knorr Landmark Farms’.
Per le aziende la sostenibilità è un fattore competitivo o una questione di sopravvivenza?
È un ‘must have’. Nessuna azienda può non tenere conto, per esempio, della scarsità di materie prime e di acqua. Anzi, poiché sono molte le multinazionali che hanno un impatto determinante su risorse come pomodori, olio di palma, tè, è fondamentale che le aziende alimentari agiscano insieme. Se fosse solo Unilever a prendersi carico delle implicazioni ambientali, non avrebbe sufficiente forza per tutelare le generazioni future.
Quali sono le possibilità di crescita per Unilever in Europa?
Il mercato europeo è fermo o in leggero calo, in particolare nell’Europa del Sud, inoltre la popolazione sta diminuendo, per cui non possiamo aspettarci una crescita sostenuta. Possiamo creare efficienza, possiamo innovare per trovare nuove opportunità, ma aspettarsi un forte incremento in Europa per Knorr sarebbe irrealistico, la crescita arriverà dai paesi emergenti. Spesso le persone se ne dimenticano, ma queste aree rappresenteranno l’80% della popolazione mondiale.
In Europa c’è anche il grande problema della disoccupazione, specialmente giovanile: quale può essere il contributo di Unilever per ridurla?
Stiamo volutamente assumendo più persone giovani, abbiamo aumentato il numero di stage e praticantati per far fare esperienze di lavoro. Inoltre non guardiamo solo al nostro organico, ma aiutiamo le piccole imprese nostre fornitrici a migliorare il proprio business per creare lavoro lungo tutta la catena del valore.
Al momento in Grecia ci sono 500 mila agricoltori, ho parlato con il primo ministro Samaras per trovare occasioni di lavorare con loro. Ho incontrato anche il vostro primo ministro Letta durante l’ultima visita a Londra, e gli ho ricordato che i contributi per le assunzioni sono troppo alti nel vostro Paese, è troppo costoso assumere in Italia. Questo diventa un boomerang per lo Stato, che deve erogare sussidi di disoccupazione. Quindi, a conti fatti, è meglio avere più persone assunte con un carico fiscale minore.
Al recente summit sul clima di Rio+20 le aziende sono sembrate più avanti della politica sui temi della sostenibilità: è così?
Non proprio. Ci sono molti governi illuminati nel mondo che sono più avanti del business, come la Danimarca, ma il problema è che è molto difficile mettere d’accordo 193 Stati. Per le aziende è più facile, perché sono meno teste che decidono su ambiti molto specifici. Per esempio, abbiamo costituito un tavolo di settore sul gelato, dove operiamo con i marchi Magnum e Algida, per cambiare i freezer utilizzando solo refrigeranti naturali, con un impatto sulle emissioni del 3 per cento.
Per i governi, ottenere un accordo analogo a questo tra tutti i paesi sarebbe molto più difficile.
In futuro, probabilmente il business responsabile prenderà sempre di più l’iniziativa, e i governi seguiranno. Per esempio adesso abbiamo intrapreso un’azione contro la deforestazione illegale e poi abbiamo chiesto ai governi e alla Banca Mondiale di supportarla.
(…)
di Emanuela Taverna

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