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Nestlè e i venti di guerra dei sindacati

Dopo l'annuncio della chiusura del sito Froneri di Parma arriva lo sciopero nazionale. Ma il gruppo svizzero è alla ricerca di redditività ed è disposto anche a pesanti tagli

L’annuncio della chiusura dello stabilimento produttivo di Parma – 180 dipendenti che diventano 250 con gli stagionali – ha fatto saltare il tappo e i sindacati, in coro, hanno proclamato il prossimo 6 ottobre uno sciopero di otto ore in tutte le sedi Nestlè e Froneri (la joint venture del gruppo svizzero con l’inglese R&R) in Italia. Lo scopo è quello di sottolineare con forza quel che sta accadendo alla filiale nostrana della più grande azienda alimentare del mondo. Ovvero, per usare le parole della Flai Cgil, passare da un piano di ristrutturazione industriale del gruppo a un piano di riduzione del personale e chiusura delle attività che spaventa tutti: politica locale, società civile, lavoratori, indotto.

A Perugia regna pesante l’incertezza

Non c’è solo Parma nella lista nera di Nestlè: il problema maggiore resta sempre lo stabilimento di Perugia – quello del Bacio ora anche con i cartigli in dialetto – che potrebbe espellere ben 364 dipendenti su 850 circa, stando alle intenzioni della società. La cassa integrazione finirà il 30 giugno 2018 e da lì in avanti potrebbe scattare la procedura di mobilità se non saranno trovate soluzioni al momento non visibili. La società ha sempre parlato di piano di rilancio del cioccolato Perugina, dopo aver ceduto le caramelle e i biscotti Ore liete, e di export del prodotto di punta, il Bacio. Un’operazione da 60 milioni di euro in tre anni per la quale era stato predisposto il team ad hoc Confectionery International Business Unit guidato da Valeria Norreri, una delle artefici del successo di Sanpellegrino nel mondo. La società ha sempre confermato l’investimento ma la crescita dell’export vista nelle prime fasi del progetto sembra si sia fermata.

 

Leo Wencel, presidente di Nestlè Italia

Chiuderà anche il centro ricerche di Sansepolcro

I problemi non terminano qui: anche lo stabilimento di Moretta – 120 dipendenti circa e produzione della pasta fresca Buitoni (la pasta secca è stata venduta anni fa a Newlat) – rischia: la società ha provato a metterlo in vendita ma al momento senza risultati e anche la sede direzionale e amministrativa di Milano (1100 circa i dipendenti) potrebbe essere “asciugata”: sono 50 dipendenti già in cassa integrazione a zero ore e la ristrutturazione delle attività amministrative e di staff europee potrebbe far salire il conto anche a 150-200 persone, secondo i calcoli dei sindacati. E sparirà dall’Italia anche l’unico centro di ricerca & sviluppo Nestlè nel nostro Paese: Casa Buitoni di Sansepolcro che dovrebbe essere spostata in Polonia.

Quale futuro per il Bacio se non decolla l’export?

Nestlè ormai considera l’Italia solo come un mercato commerciale e non più produttivo – commenta con Food Mauro Macchiesi, segretario nazionale della Flai Cgilcon la conseguenza che la società taglia ovunque sia possibile la sua presenza. A Parma sta succedendo qualcosa di surreale: le attività produttive saranno spostate a Ferentino (altro stabilimento Froneri in Italia, insieme a Eksigel che lavora per le pl) e resteranno solo gli amministrativi. Ai 110-120 eusuberi è stato detto che non serve neanche una rete di sostegno sociale perchè avrebbero tutte le competenze giuste per ricollocarsi presto. Come se fosse facile trovare posto immediatamente per i tanti dipendenti lasciati a casa, pur in un territorio florido come quello. A Perugia si gioca, però, la partita più grossa. Il piano di internazionalizzazione del Bacio si è un po’ fermato perchè in alcuni paesi di destinazione, vedi il Brasile, si sono interrotte le esportazioni per mancanza di opportunità di mercato. Anche in Cina vi sono difficoltà, e se questo prodotto non diventa una priorità della casa madre svizzera è ben difficile che potrà realmente sfondare a livello commerciale.

Schneider cerca solo di recuperare redditività

E’ questo il punto: quali sono le reali priorità di Nestlè nel futuro? L’arrivo del fondo attivista Third Point nel capitale ha innescato una reazione del management guidato da Ulf Mark Schneider, che ha dovuto ridefinire in fretta le priorità, dando importanza innanzitutto alla redditività e non alla crescita del giro d’affari. Il ceo ha annunciato che entri il 2020 Nestlè dovrà avere una redditività operativa del 17,5-18,5% contro il 15,3% dell’ultima semestrale. I pilastri sui cui si reggerà la crescita, lo ha ripetuto qualche giorno fa l’amministratore delegato, sono il caffè, l’acqua minerale, i prodotti per l’infanzia e il pet care, dove andrà il grosso degli investimenti e non si escludono anche acquisizioni importanti. Il cioccolato non è più nella lista delle priorità, come dimostra anche la volontà di cedere tutto il business confectionary in Usa. Anche la pasta fresca non è una priorità e al momento, per quelli che possono essere i riflessi sull’Italia, solo le pizze surgelate tengono la posizione, con gli investimenti sul sito di Benevento. Schneider deve accontentare gli azionisti, e ha promesso loro anche tagli di costi per raggiungere il target di redditività se Nestlè non sarà in grado di crescere come sperato. O cessioni importanti. In Italia, tolte Sanpellegrino e le produzioni di pet care, nessuno si sente più al sicuro: d’altronde la filiale guidata da Leo Wencel ha chiuso anche il 2016 con perdite per 27,5 milioni di euro dopo i 15,5 milioni di rosso del 2015 e non sembra avere la forza per negoziare molti investimenti.