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Il futuro del pianeta? Dipende (anche) dal cibo

Giunto all’ottava edizione, il forum internazionale di BCFN, s’interroga sul peso del cibo nei grandi cambiamenti planetari

Un angolo diverso dal quale osservare il fenomeno delle migrazioni. È quello che ci regala in prima battuta l’ottavo forum internazionale su alimentazione e nutrizione organizzato il 4 e 5 dicembre da Barilla all’Hangar Bicocca di Milano. Nella suggestiva cornice post-industriale della ex fabbrica Pirelli, riconvertita in museo di arte contemporanea, si sono alternati rappresentati delle più importanti organizzazioni umanitarie e delle istituzioni, opinion maker e professori universitari per fare il punto sulla ‘centricità’ del cibo nei grandi cambiamenti che stanno interessando a livello globale il nostro pianeta. In primis la ‘piaga’ delle grandi migrazioni: 5,4 milioni di persone in Europa centrale e 4,5 milioni nell’Europa mediterranea dal 2010 al 2015. Ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione a spostarsi, mentre un ulteriore 0,4% fugge per ogni anno di guerra sostiene lo studio Macro Geo e BCFN presentato al forum. In altri termini, i principali flussi migratori degli ultimi decenni sono stati innescati da squilibri nei sistemi alimentari tradizionali, dovuti ai cambiamenti climatici (l’agricoltura è responsabile del 24% dei gas serra prodotti), a politiche alimentari inadeguate e ad accordi commerciali ‘controversi’. Da qui la raccomandazione a investire maggiormente sullo sviluppo economico e sociale dei Paesi di origine delle migrazioni, ma anche a non vedere il fenomeno migratorio solo come una minaccia o un problema di integrazione, ma anche come un’opportunità: cresce nei paesi di destinazione il valore del mercato alimentare e, in particolare, la quota di cibi etnici che in Germania, Francia, Italia e Spagna rappresenta un giro d’affari di 3 miliardi di euro.

I Paesi più virtuosi

Dato questo scenario, il forum è stato anche l’occasione per aggiornare la classifica del Food Sustainability Index, l’indice realizzato da BCFN con The Economist Intelligent Unit per analizzare i paesi in cui il cibo non solo è più buono, ma più sostenibile (se ne spreca di meno e si produce meglio). Raggiungono il podio, quest’anno, Francia, Giappone e Germania, mentre l’Italia ottiene la settima posizione, ma si classifica prima per agricoltura sostenibile.

Le abitudini degli italiani

Parallelamente è stato presentato lo studio Demos sulle abitudini alimentari degli italiani. Tra i risultati più significativi, il fatto che 3 su 4 non si sentano pronti a cambiare le loro preferenze a tavola e preferiscano mangiare italiano. A fronte di questa convinzione, però, un italiano su due pensa che le nostre abitudini alimentari saranno comunque destinate a cambiare nei prossimi anni per effetto del cambiamento climatico (79,2%) dell’oscillazione dei prezzi delle materie prime (78,2%) e dell’impatto dei social media (70,4%). Interessante anche capire come si tradurrà, a detta degli italiani interpellati, questo cambiamento: per il 68,8% sarà innescato dal maggior consumo di cibi biologici, per il 63,2% dall’aumento di cibi funzionali e per il 59,7% da quelli a KmO. Solo il 47,4% pensa che il cambiamento sarà determinato dal fatto che mangeremo più cibi etnici e il 25% dal fatto che mangeremo insetti.

Il ruolo dell’industria, garante della qualità

Uno dei momenti clou del forum è stato il faccia a faccia tra Guido Barilla, presidente del gruppo e della fondazione BCFN e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Ne è emerso il ruolo chiave dell’industria ‘responsabile’ nell’informare di più e meglio i consumatori sull’origine e i processi di trasformazione dei prodotti che porta in tavola. Abbiamo educato masse di persone a essere meri consumatori – ha chiosato Petrini. Oggi l’industria deve fare un salto di qualità proponendo una pubblicità migliore, capace di informare, di educare, di rendere più consapevole e critico il consumo. Dobbiamo spostare l’attenzione dal prezzo alla qualità. E a proposito di qualità, Guido Barilla ha messo in guardia dal rischio, sempre in agguato, di confonderla con la provenienza: “È fondamentale ribadire che la provenienza dei prodotti non è sinonimo di qualità – ha sottolineato Barilla – la qualità di un prodotto risiede nella sua materia prima, nelle tecniche di trasformazione, nella sicurezza e salubrità. L’area geografica può essere un ingrediente di questo mix, ma è non strettamente correlata al concetto di qualità. Al di là del fatto che, per il grano, non troveremmo in Italia tutto quello necessario a coprire il nostro fabbisogno, non è automatico che nel nostro Paese ci sia sempre la qualità migliore. Detto questo, Barilla ha investito 240 milioni di euro per aumentare la produzione di grano duro in Italia. Come dire: grande attenzione al nostro Paese e alla crescita delle nostre filiere, ma altrettanto equilibrio nel non confondere qualità con provenienza.