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Impronta ecologica e retail al tempo delle app

Il ruolo centrale dei principali player per la salvaguardia ambientale nell’era 4.0. Passando per il coinvolgimento sostenibile del consumatore, con il supporto delle app

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, redatto dai principali esperti di clima a livello mondiale, conclude che restano 12 anni per contenere il riscaldamento globale entro un massimo di 1,5 gradi ed evitare rischi gravissimi per il pianeta e le sue popolazioni: siccità, alluvioni, estremo innalzamento della temperatura e conseguente povertà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riferisce che già oggi il 90% della popolazione mondiale è esposto ad aria inquinata che ogni anno è la causa di 8,8 milioni di morti premature.

IL PROBLEMA DELLA PLASTICA

A fine 2018 la rivista americana Science Advances ha pubblicato il primo studio sulle  plastiche prodotte fino ad oggi nel mondo, e sul loro destino. Degli 8,3 miliardi di tonnellate prodotte, 6,3 miliardi sono diventati rifiuti di plastica. Di questi, solo il 9% è stato riciclato. La stragrande maggioranza, il 79%, è stata accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, finendo negli oceani. La situazione è l’indicatore estremo di come l’economia circolare da sola non possa risolvere il problema.

Trend confermato, sebbene con numeri migliori, in Italia dove secondo il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica solo il 43% della plastica viene riciclato: dato sotto la media europea del 45%. In questo scenario diventa evidente come le scelte fatte a monte sull’impiego della plastica da parte dell’industria e del retail abbiano un ruolo fondamentale sul problema.

IMPRONTA ECOLOGICA

Questi solo alcuni degli studi autorevoli che abbiamo visto citare più e più volte dal 2018. Il problema che stiamo tutti cercando di comprendere per assumere comportamenti e misure verso la sua risoluzione, si chiama ‘impronta ecologica, o ‘footprint’, che il genere umano sta lasciando sul pianeta. L’impronta ecologica è l’indicatore con il quale si valuta il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarsi. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell’impronta ecologica nel suo Living Planet Report. Risultato: nel 2018 il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle è stato di 1,7. Footprint=1,7. Significa che per rigenerare le risorse ecologiche che abbiamo consumato nel 2018 ci vorrebbe più di 1 pianeta Terra e mezzo.

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Il problema dell’impronta ecologica è diventato una questione di opinione, o meglio, di preoccupazione pubblica. Un recente studio IPSOS rivela che secondo gli italiani la questione dello smaltimento dei rifiuti non compostabili è la più grave emergenza ambientale, citata da quasi la metà degli intervistati (48%). Seguono l’inquinamento dell’aria, (43%) e il riscaldamento globale (41%). L’81% degli intervistati concorda nel riconoscere gli effetti negativi sull’ambiente derivanti dall’uso di sacchetti di plastica, confezioni, prodotti usa e getta e altri materiali che non possono essere riciclati. 

IL RUOLO DEL RETAIL

È evidente come la sostenibilità oggi, e per il futuro, sia promessa-premessa su cui si basa il rapporto fiduciario tra il cittadino-consumatore e l’azienda, prima fra tutte il retail che ha un ruolo fondamentale proprio perché ultimo anello e primo punto di contatto con il consumatore di tutta la filiera produttiva. Le scelte del retail hanno un effetto ed un ruolo centrale sia dal punto di vista ambientale che economico. La competitività delle aziende dipenderà dalla capacità adattiva a questa esigenza etica.

Non è un caso che l’Unione Europea a marzo abbia formalizzato la Direttiva sulla plastica monouso che prevede da una parte il divieto di utilizzo, a partire dal 2021, dei prodotti per i quali esistono alternative (posate, piatti, bastoncini cotonati, cannucce, mescolatori per bevande,aste dei palloncini, contenitori per cibo da asporto). Dall’altra l’impegno dei Paesi a trovare dei piani nazionali per ridurre significativamente, entro 2 anni dall’entrata in vigore della direttiva, l’utilizzo di prodotti monouso in plastica per i quali non esistono alternative. La direttiva disciplina anche le bottiglie di plastica e prevede che se ne dovrà riciclare almeno il 90% entro il 2029, con un target intermedio del 77% al 2025. Nel testo si introduce anche l’obbligo, a partire dal 2024, di avere il tappo attaccato alla bottiglia per evitare che questo si disperda con facilità. 

L’ESEMPIO DELL’ITALIA

L’Italia a dire il vero è stata un esempio per l’Europa: il primo Paese a mettere al bando i sacchetti di plastica, i cotton fioc e le microplastiche nei cosmetici, misure riprese nella proposta di direttiva europea. Esemplari sono le iniziative di retail e industria proprio in questa direzione, manifestazioni della presa di coscienza del proprio ruolo nella riduzione dell’impatto ambientale da cui dipende la propria competitività e quindi il sostentamento di milioni di famiglie che nel retail e nell’industria trovano impiego. 

L’IMPEGNO DEI RETAILER

Nel 2018 Coop Italia ha aderito alla campagna della Commissione Europea di impegni su base volontaria: riduzione della plastica nei prodotti a marchio Coop ed eliminazione totale dagli scaffali di Unicoop Firenze di piatti, bicchieri e posate di plastica. Conad ha dato vita alla nuova marca ‘Verso Natura’ per la quale Legambiente si impegna a segnalare filiere sostenibili ed etiche. Esselunga ha iniziato la sperimentazione del ‘Negozio del Futuro Sostenibile’ con l’apertura dell’ultimo negozio di Milano nel 2018 (il 157esimo) in cui pannelli fotovoltaici sul tetto, illuminazione led e soprattutto una rete di sensori comunica con la centrale permettendo l’analisi dei consumi che porta al 20% di risparmio energetico rispetto ad un negozio tradizionale. 

E a proposito di monouso non poteva mancare a livello internazionale la reazione di chi ha fatto della consegna di pasti monodose a casa e in ufficio il suo business. Deliveroo lancerà in agosto ad Oxford il servizio ‘clean and recycle’ per i contenitori usa e getta di plastica che consentirà ai clienti di richiedere la raccolta dei propri contenitori per il lavaggio ed il riutilizzo. Un passo ulteriore dopo il ‘no posate’ attivo nell’app dallo scorso anno che ha portato ad una media del 91% di pasti consegnati senza posate di plastica.

L’UTILITÀ DELLE APP

E se la plastica inquina, l’utilizzo della carta riduce la capacità del pianeta di rigenerare le proprie risorse. A cominciare dall’ossigeno. Ed ecco che in soccorso del retail, il 4.0 ha prodotto delle soluzioni di marketing a ‘impronta zero’. Il riferimento è alle app: dalla più sostenibile Stocard, che oltre al volantino permette di virtualizzare la sottoscrizione di nuove carte fedeltà, a Doveconviene, PromoQui, VolantinoFacile, Tiendeo. L’analisi di aprile 2019 condotta dall’istituto di ricerca internazionale ComScore certifica il numero di utenti unici di queste app: Stocard in testa con 4,2 milioni di utenti unici, seguita da DoveConviene a quota 1,4, Promoqui a 1 milione, VolantinoFacile a 300mila e Tiendeo a 200mila. 

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Il volantino, con il supporto di queste app diventa ‘paper-free’ contribuendo positivamente sulla capacità rigenerativa della Terra. App che rappresentano anche il nuovo strumento di geo-marketing nell’era 4.0. Con il vantaggio di misurare i risultati in termini di drive-to-store e, per Stocard, anche gli acquisti generati dal volantino. Ne deriva una comunicazione sostenibile che migliora il posizionamento etico ed innovativo ed aumenta la competitività del retail stesso. Del resto non pare lontano il giorno in cui le amministrazioni decideranno di vietare la distribuzione del volantino cartaceo per motivi di sostenibilità e degrado ambientale, come è già successo ad Amsterdam e Rotterdam. Cronaca di un futuro annunciato.

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