La produzione nazionale di miele sta affrontando una fase critica, segnata pesantemente dagli effetti del cambiamento climatico. Nonostante un avvio di stagione promettente grazie a temperature miti, gli sbalzi termici e le prolungate ondate di calore hanno compromesso fioriture e disponibilità di nettare, portando a una contrazione dei ricavi compresa tra il 25% e il 50% in molte aree del Paese. Secondo l’Osservatorio nazionale miele, il bilancio del 2026 riflette un andamento a macchia di leopardo, con forti discrepanze tra territori e apiari.
L’impatto della crisi climatica sull’apicoltura
Le principali associazioni di settore, tra cui FAI, Mic e Unaapi, hanno sollecitato un intervento specifico tramite la Politica Agricola Comune (PAC). La richiesta nasce dalla necessità di sostenere i produttori di fronte a fattori che esulano dalla capacità tecnica individuale. Stefano Masini, Responsabile Ambiente di Coldiretti, sottolinea come l’apicoltura non sia solo un’attività agricola, ma un presidio di salute ambientale estremamente esposto alle variabili climatiche, che favoriscono la diffusione di patologie come la varroa.
Aumentano le importazioni, preoccupano le frodi
Il deficit produttivo italiano, stimato in circa 26.000 tonnellate, viene compensato da un netto aumento dell’import, cresciuto del 18% nel 2025. Questa dinamica preoccupa gli operatori, specialmente in un contesto in cui il settore dei confezionatori di miele di Unione Italiana Food, pur avendo registrato una crescita del fatturato, denuncia crescenti difficoltà di approvvigionamento. Il tema delle frodi alimentari resta infine centrale: il rischio di sofisticazioni tramite sciroppi zuccherini impone l’urgenza di protocolli di analisi ufficiali più stringenti per proteggere l’eccezionale biodiversità dei mieli italiani, che conta oltre 60 varietà tra Dop e produzioni d’eccellenza.